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Dopo la sbornia di statistiche diffuse in occasione della giornata internazionale delle donne che fanno strage dei tanti presunti passi avanti compiuti in materia di gender equality, è ancora una volta la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’America latina (Cepal) a dare i numeri sulle donne del continente. Una serie di infografiche e di dossiers pubblicati per l’8 marzo presenta un quadro di luci ed ombre perché se è vero che 5 donne guidano altrettanti Paesi latinoamericani (Brasile,Argentina, Cile, Giamaica, Trinidad e Tobago), il continente non è certo un paradiso “women friendly”.

 

Partiamo dalla politica ma soltanto perché è il settore in cui i numero sono meno impietosi. Lo abbiamo menzionato: 5 Presidentesse guidano paesi importanti. Nel 2014 erano 6, con il Costa Rica. Nel 2016 saranno 4 visto che in Argentina, dove si vota quest’anno, a oggi nessun candidato alla Presidenza della Repubblica è donna. Non è male se si considera che sono solo 20 le donne Presidente o Capo di Governo nel mondo. Nel 2014 il record della più alta percentuale di donne in parlamento del mondo spettava proprio al continente latino, il 25% in media, il doppio che nel 1995. Approfondendo ancora un po’, vediamo che sono donne il 25,6% dei consiglieri eletti, il 24,3% dei giudici dei massimi tribunali statali e, poco meno del 12% dei sindaci. Medie decisamente importanti che, tuttavia, non riflettono la condizione reale della donna in quelle latitudini.
Limitando volutamente l’analisi all’autonomia economica e all’accesso al mondo del lavoro e alle professioni – omettendo volutamente di inoltrarci nella selva dei “non” diritti/libertà sessuali e riproduttivi, per esempio – va detto che, nonostante la rapida inclusione nel mondo del lavoro degli ultimi anni, le sorelle latinoamericane faticano non poco ad arrivare ai piani alti delle aziende e ad infrangere quel soffitto di cristallo che impedisce loro, di fatto, di raggiungere una vera parità con gli uomini. Su 72 “grandi” imprese prese in esame, solo 3 hanno una donna presidente o direttore generale, il 4,2%. In posti direttivi e di consiglio di amministrazione, si sale all’8%. Ma è scendendo nel dettaglio dei singoli Paesi che si trovano risultati inattesi. Il Cile, per esempio, paese OCSE, è la maglia nera del continente: solo il 3,6% riveste posti di direzione generale e il 6,5% siede nei consigli di amministrazione. Il podio dei virtuosi se lo aggiudica l’Uruguay dove il 20% delle donne occupa un posto da direttore generale o da presidente di grande compagnia e il 20% partecipa ai board. Prendendo in considerazione i giganti della regione, il Brasile va poco meglio dell’Argentina (7,4% contro 7,1% ma con un distacco più marcato per quanto riguarda i consigli di amministrazione, 4,8% contro 1,8%). Entrambi, però sono superati di parecchie lunghezze dal Messico: su 147 grandi imprese analizzate, le donne occupano posti direttivi di vertice per il 10,2% e per il 6% sono presenti nei consigli di amministrazione. Su 13 grandi imprese venezuelane analizzate, ahinoi, nessuna vede al vertice una donna mentre la situazione migliora per i consigli di amministrazione dove il 14,3% è occupato da donne. Molto buona la performance della Colombia che uguaglia il Messico quanto a presenza rosa ai vertici ma lo distacca quanto a quella nei consigli di amministrazione (il 21,2% è femminile).
Verificati i numeri, come andare oltre? Cepal non ammette alibi: quel che i governi devono fare per aumentare la presenza delle donne nel mondo del lavoro è noto e non c’è nessuna formula magica da scoprire! Vanno rimossi, quindi, tutti gli ostacoli che impediscono all’altra metà della terra di accedere al mondo del lavoro e vanno creati tutti quegli strumenti legislativi per rendere la partecipazione fattiva. In concreto, in America latina (e non solo), uno degli ostacoli più grandi è rappresentato dalla conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa. Questa barriera potrebbe essere superata, per esempio, aumentando la flessibilità dell’orario di lavoro e quindi utilizzando contratti a tempo parziale o provvedendo a sovvenzionare e/o a prevedere misure alternative alla conciliazione. In America latina, nello specifico, significherebbe rendere effettivo il diritto al reintegro dopo la maternità. Last but not least, significherebbe creare le condizioni effettive affinché le donne possano accedere ai massimi livelli di istruzione anche quando la loro condizione sociale non lo permetterebbe. Non è per una forma di carità: se questa fosse la realtà, infatti, l’effetto leva sulla diminuzione della povertà oscillerebbe di una percentuale tra l’1 e il 14%. Una enormità in un continente in cui la disuguaglianza e la povertà estrema sono ancora la cifra di tanti paesi.
D’altra parte, questa equazione è ormai provata. Lo ha detto chiaro, senza giri di parole o inutili perifrasi che suonerebbero beffarde, anche il Segretario Generale dell’Onu, Ban-Ki-Moon a New York in questi giorni in occasione della 59^ sessione della Commissione sulla condizione giuridica e sociale delle donne. A 20 anni dalla Conferenza Onu di Pechino – il cui piano di azione, lo ricordiamo, fu siglato da 189 governi nel mondo – e a 15 anni dalla Conferenza sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio è urgente e non più procrastinabile definire un’agenda di misure per l’uguaglianza di genere. Si tratta, infatti, di un obiettivo che nessun Paese del pianeta ha raggiunto e che può essere avvicinato riscrivendo un nuovo patto sociale che preveda diritti e libertà e, attraverso questi, modelli di crescita, progresso e sviluppo differenti da quelli odierni per l’intero pianeta.
Se continuasse l’attuale ritmo di riduzione del gap delle differenze tra uomini e donne, ci vorrebbero altri 81 anni per raggiungere la parità in ambito lavorativo, altri 75 per raggiungere la parità salariale e più di 30 ancora per ottenere l’equilibrio uomo/donna nei posti dirigenziali. Possiamo davvero permettercelo? I numeri direbbero di no. Il Global Gender Gap Index 2014 del World Economic Forum, in un recentissimo rapporto, ha messo in luce che una riduzione delle barriere che ostacolano il pieno sviluppo della forza lavoro femminile aumenterebbe il Pil USA del 9%, di quello della zona Euro del 13% e del Giappone del 16%. Parimenti, la limitazione dell’accesso delle donne al mondo del lavoro rappresenta un costo. Solo l’area Asia-Pacifico perde tra i 42 e i 47 miliardi di dollari annui a causa di questa assenza di forza dal mercato del lavoro. Una ricerca della Banca Mondiale relativa ai Paesi del Medio Oriente, invece, dimostra che, a dispetto dell’enorme costo investito in istruzione che ha riguardato le donne di quei paesi – con l’effetto positivo di ridurre il “gender gap in education” – quello di tipo economico resta il più ampio del pianeta proprio perché quel talento e quelle risorse non sono utilizzate al meglio.
In una fase di crisi economica varrebbe la pena rifletterci su oltre l’8 marzo e, magari, fare presto.
Francesca D’Ulisse