Nei mesi difficili della pandemia, le esigenze e i diritti negati delle donne lavoratrici sono emersi in tutta la loro gravità: da chi veniva minacciata se non tornava al lavoro in sede, a chi ha raddoppiato il carico di lavoro fra i figli a casa e lo smartworking, a chi ha perso subito il lavoro perché a termine o in somministrazione. Sul Titanic che affondava si diceva: prima le donne e i bambini. Nella pandemia donne e bambini sono stati i primi a pagare il prezzo del lockdown. Le prime a essere lasciate a casa, le prime su cui scaricare le difficoltà economiche delle aziende. Se il lavoro è stato il primo mezzo di emancipazione delle donne del secolo scorso, oggi poco è cambiato. È ancora il lavoro a determinare le discriminazioni e le disuguaglianze che impediscono la libera scelta di coniugare lavoro e famiglia, l’indipendenza economica, la realizzazione personale e l’uguale partecipazione alla vita sociale e politica del Paese.

 

Secondo il più recente rapporto ANPAL, le donne in Italia percepiscono in media il 7,7% in meno degli uomini, con punte che sfiorano il 20% nel settore privato. Una donna che dopo aver avuto un figlio torna al lavoro, vent’anni dopo avrà lo stipendio più basso di una donna che non lo ha avuto. I terribili dati ISTAT sulla natalità italiana del 2019 (-4,5% nascite sul 2018), ci dicono ancora una volta che sono le donne del nord a fare più figli perché hanno lavoro e servizi, mentre lo stereotipo della prolifica donna del sud è stato abbattuto dalla realtà economica e degli inesistenti asili nido del Mezzogiorno. Anche per questo, appena ripartito il lavoro parlamentare, siamo tornati sul testo per la parità salariale. Non si tratta solo di parità economica e monetaria, ma di vere e proprie pari opportunità di lavoro, pari opportunità di crescita, carriera, formazione, di lavorare full-time o part-time, pari opportunità di ricoprire i ruoli più importanti senza essere discriminate economicamente.

 

Con le parlamentari di maggioranza e opposizione della Commissione Lavoro, sulla proposta di legge che ho presentato a inizio legislatura, stiamo lavorando con grande sforzo di coesione per raccogliere il contributo di tutti e di tutte a questa battaglia. Siamo a un punto di svolta, stiamo redigendo il testo unificato sulla parità salariale.

 

Attraverso l’applicazione del principio di trasparenza, metteremo in gioco la reputazione delle aziende per indurle alla responsabilità nei confronti delle donne. Già oggi, le imprese italiane sopra i 100 dipendenti devono redigere un rapporto, su schema indicato dal Ministero del lavoro, nel quale riportare una serie di dati sulle pari opportunità nelle loro aziende. Non è dato sapere quali aziende presentano il rapporto, né quante vengono sanzionate per mancata presentazione. Eppure questi dossier rappresenterebbero uno strumento formidabile per le consigliere di parità di ogni livello territoriale, alle quali già oggi le lavoratrici possono rivolgersi per ottenere i loro diritti.

 

Così ho scelto di partire proprio da lì, inserendo nel Codice il principio di trasparenza, alla base di tutti i maggiori interventi europei su questo tema. Lo hanno adottato in Germania, nel Regno Unito, in Islanda, e ha il merito di colpire chi viola la parità salariale innanzitutto dal lato della reputazione, che oggi è tra i beni più preziosi per qualsiasi azienda. La trasparenza vogliamo applicarla rendendo pubblico l’elenco delle aziende che hanno trasmesso il rapporto e delle aziende che non lo hanno trasmesso; inserendo la possibilità per i dipendenti di consultare, nel rispetto della privacy, il proprio rapporto aziendale; sommando alla trasparenza sommiamo il controllo, effettuato da parte dell’Ispettorato nazionale del lavoro; la sanzione, che diventa certa e seria; la certificazione, un “bollino rosa” da assegnare alle aziende che rispettano tutti i parametri del rapporto, per incentivare le buone pratiche. Vogliamo anche abbassare la soglia dei 100 dipendenti, per coinvolgere un maggior numero di aziende e lavoratori.

 

Queste e altre misure stiamo mettendo nero su bianco, per giocare fino in fondo la battaglia della parità, affiancandole al miglioramento di altri provvedimenti (come il family act) che giocheranno un ruolo strategico. Si tratta di un lavoro silenzioso e corale, come dovrebbe essere il lavoro dentro e per le istituzioni in un momento così difficile per il Paese.

 

E’ tempo di cambiare la mentalità e la cultura del lavoro delle donne, la condivisione delle responsabilità genitoriali, i servizi a disposizione delle famiglie. Perché #siamopari in tutto, nelle capacità, nello studio (sono donne il 56% dei laureati italiani), e siamo indispensabili per lo sviluppo equo, sostenibile e democratico del Paese. Per questo a settembre dobbiamo approvare questa legge, perché la parità non sia più solo uno slogan e diventi un diritto tangibile per tutte.

 

Chiara Gribaudo su Immagina