Valeria Valente
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A Venezia un uomo condannato a 6 anni per aver abusato di una bambina di il anni ha concordato in appello una pena di 3 anni e 8 mesi e non andràne anche un giorno in carcere perché sconterà la pena ai domiciliari. Tutto grazie alla riforma Cartabia. La norma, che consente a un imputato in un processo di secondo grado di concordare con l’accusa una pena scontata, anche per reati come la violenza sessuale, gli atti sessuali con minori e la prostituzione minorile, era stata criticata prima della sua approvazione pure da Valeria Valente, senatrice del Partito Democratico, nella precedente legislatura presidente della Commissione d’inchiesta sui femminicidi e oggi membro della Commissione Affari costituzionali.

 
Senatrice Valente, la norma è in vigore da pochi giorni e già si vedono le conseguenze…
 
Ero e resto perplessa. È sbagliato consentire che si possa procedere al concordato sulla pena, anche se in cambio vi è la rinuncia ai motivi d`appello e al ricorso in Cassazione. In questo modo si esclude la vittima dall`intera dinamica processuale. Anzi, la decisione rischia di passare sulla testa della vittima. Per quanto nobile sia l’intento di contrastare la lunghezza dei processi, in casi come le violenze di genere le priorità sono innanzitutto pene giuste e adeguate oltre che tempi processuali ragionevoli.
 
Anche se le procure generali hanno fatto passi importanti in avanti, la realtà è ancora a macchia di leopardo. Ribadisco, il concordato non coinvolge la vittima ma solo l’accusa e la difesa. Il concordato, quindi la riduzione della pena e la possibilità di non andare in carcere è possibile anche se l’imputato è un delinquente abituale.
 
E ciò è un’aggravante. Noi sappiamo che in questo ambito la recidiva è molto alta e, dunque, pene minime riducono anche i tempi di eventuali percorsi trattamentali che può fare questa tipologia di condannati durante l’esecuzione della pena. Anche per questo le pene minime rischiano di essere davvero pericolose e controproducenti.