Francia e Italia vent’anni fa avevano lo stesso andamento demografico, ora i francesi fanno figli, gli italiani non più. E questo ha ripercussioni negative su tutto: sulla crescita, sull’occupazione, sui salari, sulla sostenibilità del nostro stato sociale.

Non è un caso, ma il frutto di vent’anni di scelte politiche. L’Italia ha smesso di investire sul futuro, sulla natalità, sull’occupazione femminile (perché nei paesi dove le donne lavorano di più si fanno anche più figli). Per questo il Pd aveva una proposta forte nel suo programma elettorale del 2018 e l’ha subito presentata in apertura di questa legislatura come proposta di legge al Senato (mia prima firma) e alla Camera (prima firma Delrio). La proposta, portata avanti con lungimiranza da Stefano Lepri nella precedente legislatura, di introdurre un assegno unico alle famiglie di 240 euro al mese per ogni figlio minorenne a carico e una dote unica per servizi all’infanzia (in primis: asili).

Bene che oggi il governo (attraverso la ministra Bonetti, brava) si dica pronto a sposare la proposta del Pd. Ma attenzione, questa proposta è discussa e dettagliata da tempo. Adesso dalle parole bisogna passare ai fatti. Per farlo non basta continuare a discuterla sui giornali, ma trovare i soldi per finanziarla. Ci sono tre modi per trovare subito le risorse: rimodulazione Iva, superamento quota 100, rimodulazione bonus 80 euro. Chi vuole fare l’assegno unico e quota nido (che in totale costano quasi 10 miliardi) dove pensa di trovare i soldi? Io l’ho provato a proporre in questa intervista al Messaggero. Basta temporeggiare. Se il governo Conte II vuole essere davvero in discontinuità col governo Conte I, le forze della maggioranza la smettano di competere tra loro rilanciando proposte di spesa ogni giorno, ma inizino a competere su dove trovare i soldi per farle.

Tra l’altro, oggi sui giornali si leggono molte imprecisioni sulla proposta di assegno unico per figli a carico. Se avete due minuti, provo a spiegarvela nel modo più rapido possibile.

Oggi esistono due principali strumenti di sostegno alle famiglie con figli:

  • detrazioni per carichi familiari, pari a 1.220 euro annui per figli minori di 3 anni e 950 euro annui per figli tra 3 e 26 anni, in base al reddito dichiarato;
  • assegni al nucleo familiare (ANF), calcolati in base alla tipologia del nucleo familiare, del numero di componenti e del reddito complessivo del nucleo.

Queste due misure sono poco generose e contengono forti ingiustizie: oggi una famiglia con redditi molto bassi (i cosiddetti “incapienti”) non beneficia delle detrazioni per figli a carico perché non paga alcuna imposta. Allo stesso modo una famiglia di lavoratori autonomi è penalizzata rispetto a una famiglia di lavoratori dipendenti perché non percepisce gli assegni al nucleo familiare.

Ci sono famiglie di serie A e famiglie di serie B. Non è giusto. È qui che nasce l’idea di un assegno unico, che estenda il sostegno a tutte le famiglie, aumentandolo anche per quelle dei lavoratori dipendenti. Una misura universale che superi e inglobi l’attuale sistema di detrazioni e assegni.

Una famiglia, un assegno: per tutti. Prevedendo 240 euro al mese per i figli a carico fino a 18 anni e 80 euro per i figli fino a 26 anni. Per tutti i tipi di lavoro e per tutte le fasce di reddito da zero fino a 100 mila euro all’anno, in misura decrescente al crescere del reddito. Tutti riceveranno di più, con un beneficio netto che per molti sarà superiore a 100 euro mensili, ma ci sarà comunque una clausola di salvaguardia per cui nessuno potrà ricevere meno dell’attuale sistema di detrazioni e assegni. Per esempio, una famiglia con un solo reddito da lavoro dipendente di 35 mila euro all’anno e con due figli a carico minorenni avrà 1.400 euro di reddito disponibile in più.

L’assegno unico permette di garantire maggiore:

  • semplicità — una sola misura, semplice da calcolare, ne sostituisce varie, spesso calcolate in modo cervellotico;
  • equità — si aiutano i redditi più bassi e si trattano tutti i figli allo stesso modo, e il beneficio sarà concesso in base al reddito, dando di più a chi guadagna meno (commentatori indipendenti hanno fatto vedere come questa proposta avrebbe un impatto molto forte di riduzione della disuguaglianza e della povertà nel nostro Paese, qui l’articolo);
  • certezza — si garantisce continuità di entrate per tutti gli anni in cui il figlio è a carico, a prescindere dalla condizione lavorativa e dallo stato civile.

 

Che dite, sarà la volta buona?