Cesare Damiano
CESARE DAMIANO - Ph. Paolo Cerroni / Imagoeconomica

Pura demagogia, la legge « Fornero del 2011 già non esiste più». Cesare Damiano, leader dei Labour Dem e presidente della Commissione Lavoro alla Camera, risponde a distanza a Matteo Salvini e al Movimento 5 Stelle, che da giorni usano il tema della previdenza come grimaldello elettorale.

Presidente, lei non abolirebbe la legge Fornero?
Partiamo da un dato: la legge Fornero, quella del 2011, non esiste più. Dal 2012 all’ultima legge di Bilancio abbiamo introdotto importanti correttivi, tant’è che qualcuno quando ne parla allude a una legge “groviera”. Quando Di Maio propone di cancellare la legge Fornero e sostituirla con il criterio dei 41 anni di contributi, non fa che riprendere una mia proposta di legge, che per metà è già stata realizzata.

E quale parte della Fornero è stata smantellata?
Su spinta unitaria della commissione Lavoro della Camera, abbiamo realizzato nel corso della legislatura una serie di correttivi. Sono in campo 8 salvaguardie, che hanno coinvolto e salvato 153mila esodati, poi si è proseguito con la sperimentazione di Opzione Donna, includendo nell’accesso anticipato alla pensione altre 36mila lavoratrici. Inoltre, sulla spinta di una mia proposta di legge, la 857, sottoscritta da molti parlamentari del Pd, abbiamo migliorato la normativa relativa ai cosiddetti lavoratori precoci e introdotto nel sistema previdenziale il criterio della flessibilità.

Quindi la Fornero è uno specchietto per le allodole?
Se sommiamo i dati dei lavoratori salvaguardati nell’ultima legislatura, ne abbiamo messi al riparo 250mila con una spesa complessiva di 20 miliardi di euro. Da qui ripartiremo nell’opera silenziosa ma costante di destrutturazione della legge Fornero.

Che dunque a ragione viene sventolata come totem da abbattere?
La Fornero era sicuramente una normativa troppo rigida e iniqua. Una riforma che serviva a fare cassa e non a tenere in equilibrio i conti con l’equità sociale.

E’ strumentale usarla in campagna elettorale?
Nel centrodestra e nel Movimento 5 Stelle prevale la tendenza abolizionista tout court, senza molti argomenti. Le parole d’ordine “eliminare la Fornero e il jobs act” possono catturare l’attenzione, ma se non si spiega come si fa e soprattutto se non si dice dove si trovano le risorse è solo demagogia.

E il Pd in materia previdenziale cosa propone?
Io spero che il nostro programma dica cose semplici, che proseguano sulla strada tracciata. Rendere l’APE sociale strutturale, allargare il ventaglio dei lavori gravosi oltre le 15 attuali categorie per consentire l’accesso anticipato alla pensione e ipotizzare una nona salvaguardia che risolva definitivamente il tema degli esodati. Con i risparmi, infine, dobbiamo continuare la sperimentazione di Opzione Donna. Non appaltiamo la sinistra a chi sta fuori dal Pd, perché il nostro partito ha in sé gli strumenti per rappresentare questa tradizione.

Sul fronte politico, però, le alleanze sono sempre più difficili da stringere con la sinistra.
La ricerca per allargare il fronte è continua. Mi auguro che vada in porto anche l’operazione con Tabacci e Bonino, perché da soli si perde, ma non è una strada facile.

Alle regionali il problema si sta riproponendo.
Mi lascia sconcertato l’atteggiamento di LeU a proposito delle alleanze regionali in Lombardia e Lazio. Francamente, soprattutto in Lombardia, si è aperta la possibilità di una vittoria del centrosinistra e pregiudicare questo obiettivo storico mi sembra autolesionista. Oltre che politicamente miope, sbagliato e incomprensibile.

Dentro al Pd sembra che ora tiri aria di tregua, invece.
La tregua è necessaria, perché la battaglia è dura. Per fortuna, quindi, prevale lo spirito di squadra. Da parte di tutti, anche di Renzi, si stanno smussando le punte più aspre della polemica all’interno del partito. Un approccio che giova a tutti e ci aiuta nella campagna elettorale.