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«La situazione rischia di diventare drammatica a causa del mix micidiale coronavirus recessione economica. L’Italia può uscirne solo con un nuovo Patto con l’Europa: più margini sul fronte degli investimenti in infrastrutture, istruzione e ambiente, penso all’1 per cento del Pil, in cambio delle riforme nella pubblica amministrazione e nel fisco».

È la proposta di Emanuele Felice, 43 anni, ordinario di Politica economica all’Università di Pescara, intellettuale emergente nel mondo progressista, neo responsabile dell’economia del Pd.

 

I negoziati sul bilancio europeo sono appena falliti, ci vorrà tempo prima che riprendano. La sua proposta non rischia di arrivare fuori tempo massimo?

«E l’Europa l’unica sede per risolvere strutturalmente i nostri problemi. E il governo, con il ministro Amendola, sta lavorando sul bilancio europeo proprio per questo. Noi abbiamo un debito pubblico che non possiamo semplicemente scaricare sulle future generazioni e che preoccupa anche i nostri partner europei. Al tempo stesso siamo il Paese che cresce meno. Da questa situazione di stallo possiamo uscire con politiche espansive ma dobbiamo impegnarci a cambiare. È un patto che serve all’Italia e all’Europa. Dico di più: spetta all’Europa, spinta dall’Italia e in particolare dal Partito democratico, farsi promotrice di un nuovo ordine internazionale, coinvolgendo Stati Uniti e Cina. Dobbiamo pensare a una nuova Bretton Woods per porre dei limiti alla globalizzazione finanziaria, recuperare margini per interventi sul fronte sociale e salvare così il nostro modello di “società aperta”».

 

Con quali obiettivi?

«Estirpare i paradisi fiscali. Introdurre una Tobin tax globale sui movimenti speculativi di capitale. O ancora: imporre alle multinazionali un bilancio globale e il pagamento delle tasse in tutti i Paesi in proporzione alle vendite che realizzano. Pensi che solo da questa misura l’Italia potrebbe ricavare tra gli 8 e i 10 miliardi ogni anno. Non sono pochi per impostare politiche concrete per la crescita: rinnovamento della pubblica amministrazione, riforma del fisco, investimenti in istruzione e ricerca e nella riconversione ambientale».

 

Intanto, però, si dibatte su come andare in prepensionamento.

«Guardi, io penso che provvedimenti come Quota 100 vadano superati al più presto. Abbiamo necessità dí risorse per il welfare dei lavoratori precari per garantire loro una pensione dignitosa».

 

Rimetterebbe l’articolo 18 a tutela dei licenziamenti senza giusta causa?

«Discussione francamente superata. Cambierei la norma del Jobs Act che, nei casi di licenziamenti discriminatori, attribuisce l’onere della prova al lavoratore anziché all’imprenditore. Questa impostazione va ribaltata. Non si può giocare tutto sulla pelle di chi lavora».

 

Salverebbe l’Alitalia con i soldi pubblici?

«Vede, su Alitalia negli ultimi decenni è mancata una politica industriale, un pensiero strategico. Qui come per altri casi. E il risultato è che alla fine ci ritroviamo sempre a parlare di interventi pubblici a favore di aziende in crisi, dettati esclusivamente da interessi elettorali di breve periodo. Noi dobbiamo cambiare radicalmente approccio. Dobbiamo tornare a fare politiche industriali degne di questo nome, a partire da piani industriali coraggiosi e onesti. Non solo. Dobbiamo ridare competitività alla pubblica amministrazione, assunendo giovani preparati, rompendo il circolo vizioso delle esternalizzazioni. Dobbiamo costruire un Istituto nazionale per la ricerca applicata sul modello tedesco, in un rapporto positivo con le piccole imprese. Dobbiamo promuovere i settori più innovativi, come la green economy».

 

Tutto questo richiederebbe un investimento sui giovani. Ma l’Italia non dà nemmeno un mutuo ai giovani senza un posto fisso.

«Sono d’accordo. Penso che il Pd debba proporsi proprio come il partito che offre tutele, garanzie, inclusione: che riduce le disuguaglianze, per fare uscire l’Italia dal declino. Sui mutui sono radicale: so che il ministero dell’Economia sta preparando un provvedimento che estende fino all’80 per cento la garanzia pubblica sui mutui per gli under 35. Io penso che si possa arrivare al 100 per cento a favore dei giovani laureati. Chi si laurea deve essere premiato anche così. Sogno un New deal delle conoscenze e credo che questo sia un progetto molto di sinistra».