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L’Italia merita piena fiducia

L’Italia non cederà alle sirene del populismo e dell’anti europeismo. Ma è importante che il Paese approfitti della ripresa per creare posti di lavoro, ridurre il debito pubblico e anche l’ingiustizia sociale. Nel frattempo l’Europa deve fare di più soprattutto nel Mediterraneo e Medio Oriente, per non dare troppo peso politico agli Stati Uniti, ora molto propensi a fare i propri interessi. Sono i messaggi forti di questa intervista concessa del premier italiano Paolo Gentiloni a Cnbc in occasione del Forum di Davos.

 

I sondaggi prefigurano un parlamento senza maggioranza. Quanto sarebbe problematico per i progressi che l`Italia sta compiendo?

In Italia c’è una certa esperienza di flessibilità politica. Mi sembra chiaro che la posizione populista e antieuropeista non prevarrà. E in secondo luogo l’Italia rimarrà stabile. Abbiamo avuto tanti cambiamenti di governo, ma se si guarda ai pilastri della politica estera e della economia, l’Italia è un Paese molto stabile e tale resterà.

 

Queste elezioni potrebbero essere un momento di svolta per il Paese?
Siamo sulla strada giusta perché l’economia è tornata a crescere. Solo un anno fa il Fmi aveva previsto per il 2017 una crescita dello 0,7%, e la valutazione per lo stesso anno è ora dell` 1,6%, più che raddoppiata. E tutti gli altri numeri rilevanti sono positivi. Ciò non significa che abbiamo risolto i problemi sociopolitici. Dobbiamo stare molto attenti a non rovinare i risultati ottenuti negli ultimi cinque anni con lo sforzo di tutta la comunità, lavoratori, imprese, famiglie.

 

Se il centrodestra, la coalizione di Berlusconi, vincesse ma avesse bisogno di lei per formare un governo, lei sarebbe disposto?
No. Il centrodestra ha posizioni molto diverse. Da una parte c’è un partito conservatore mentre gli altri due sono anti-Ue e populisti. Non resterà in piedi.

 

Se una grande coalizione volesse continuità per la poltrona di primo ministro, sarebbe disposto ad assumere di nuovo la carica?
Non sta a me decidere. Sarà il risultato della consultazione. Non si può discutere di un governo prima delle elezioni con una legge in sostanza proporzionale. Dopo le elezioni avremo un governo. Il Presidente della Repubblica valuterà il da farsi.

 

Quali dovrebbero essere le priorità del nuovo governo?
Anzitutto sfruttare la crescita economica per ridurre il debito, creare più posti di lavoro e avere più giustizia sociale. I salari in Italia sono troppo bassi, troppe differenze tra nord e sud, uomini e donne. Quindi, il primo messaggio è: sfruttare il
momento positivo per portare più equità nel Paese. La classe media deve sentire che l’economia va meglio. Poi dobbiamo continuare gli sforzi per la stabilizzazione del Mediterraneo e affrontare la crisi migratoria, all’interno di politiche generali nei confronti dell’Africa. Nel 2016 l’Italia era il terzo investitore globale in Africa e il primo europeo. Ciò significa che siamo consapevoli della necessità di affrontare la crisi con una strategia a medio e lungo termine. Senza sviluppo non ci sarà stabilità nel Mediterraneo.

 

Gli italiani hanno motivo di essere scontenti di Bruxelles, per esempio su politica fiscale e sistema bancario. Se domani ci fosse un referendum come per la Brexit, l’Italia uscirebbe dall’Ue?
La Costituzione italiana non permette referendum sui trattati internazionali, e poi sono fiducioso sul buon senso dei nostri cittadini. C’è la tendenza a dare la colpa a Bruxelles di diversi problemi, in molti casi è anche giustificato, ma i cittadini italiani sono da 60 anni nel profondo europeisti. Tuttavia la crisi dell’Ue è stata nel 2016. Ora siamo nel 2018, che potrebbe essere un anno di rilancio per l’Ue.

 

È deluso dall’atteggiamento del presidente Usa Trump sul fenomeno migratorio?
Abbiamo punti di vista diversi su questo e altre questioni, come il cambiamento climatico. L’Italia ha sempre cooperato con gli Stati Uniti, e Trump è il presidente eletto dagli americani. Noi abbiamo bisogno della cooperazione multilaterale e transatlantica perché ha funzionato, e indebolirla sarebbe un errore. Detto questo, spesso il problema non è ciò che Washington crede o pensa, ma se l`Europa fa abbastanza sul piano geopolitico nel Mediterraneo, nei Balcani, nel Medio Oriente. La risposta è no. Per questo dico che il 2018 può essere un anno interessante per il rilancio del ruolo dell’Europa. In diversi ambiti l’Ue sembra un gigante economico e un nano politico. Siamo i principali partner economici e commerciali di quasi tutti i Paesi della regione in cui ci troviamo, ma spesso non siamo in grado di affrontare l’influenza di altre potenze esterne, perché non siamo integrati sulla
difesa, sulla politica estera e persino su quella commerciale. Per l’Europa è tempo di fare passi avanti.

 

Con Trump bisogna avere a che fare, piaccia o no.

Rispetto il fatto che sia stato eletto con l’idea di mettere al primo posto l’America, e sta cercando di tener fede a questo impegno. Ma il rispetto dell’interesse dei cittadini Usa non può implicare la ridefinizione di relazioni commerciali internazionali che hanno dimostrato di essere così utili per la crescita. Dobbiamo combinare il libero mercato con il commercio equo, mettere in discussione le politiche di dumping degli Usa. È un tema aperto. Ma sullo sfondo dovrebbe restare il sostegno all’apertura e al libero scambio, non al protezionismo.

 

E ciò richiede una risposta più solida da parte dell’Ue.

È tempo che l`Europa colmi le lacune. È tempo di concludere i negoziati con l’America Latina, e il Mercosur. Abbiamo stretto un buon accordo con il Canada, stiamo chiudendo quello con il Giappone. L’Europa è a buon diritto tra i principali pilastri della rete internazionale del libero scambio. Non si può mettere a rischio quanto raggiunto. Il sentiment a Davos è di una crescita in sincronia, che deve continuare. Il rischio è che ingiustizia e disordini sociali siano canalizzati oltreconfine. Se la classe medio-bassa in un Paese è in difficoltà e se ne addossa la colpa a un altro, si creano le basi di un conflitto. Negli ultimi 60 anni l’Europa è riuscita a evitarlo, e deve continuare così.

 

I mercati hanno ancora riserve sulla credibilità delle riforme e la riduzione del debito. Come può convincerli che si va verso un’Italia 2.0, in grado di attrarre investimenti?
Negli ultimi tre anni, con una situazione economica più difficile, l’Italia ha attratto grandi flussi di investimenti esteri, e c’è margine di miglioramento. C’è qualche complicazione burocratica, ma il mercato è ben disposto da decenni verso gli investimenti esteri. Gli investitori si fidano, ma ora va ridotto il debito pubblico. La nostra politica fiscale è molto apprezzata, e ridurremo il deficit dal 3 all’1,6% in 4 anni. Forse il problema per l’Italia è stato che le crisi di alcune banche sono state affrontate più tardi rispetto ad altri Paesi europei (a Germania o Olanda è toccato due o tre anni prima), e con nonne Ue diverse. La spesa dello Stato italiano per salvare le banche è di gran lunga inferiore a quella di altri Paesi europei: come Germania e Paesi Bassi. Ora abbiamo risolto la questione. Abbiamo ancora una certa quantità di crediti in sofferenza, ma la riduzione negli ultimi 12 mesi è stata del 26%. Il sistema funziona, l’economia gira, il debito privato è il più basso del mondo sviluppato, c’è tanto risparmio delle famiglie. Abbiamo parecchie potenzialità. L’Ue è in buona posizione, e il compito delle autorità finanziarie è sostenere tale processo. Senza inventare cose che turbino il trend.