Gentiloni

Paolo Gentiloni, ex presidente del Consiglio, indicato come commissario all’Economia della nuova Commissione, è intervenuto alla festa del Foglio e ha dialogato con noi sui temi dell’ottimismo. La prima domanda è stata questa: possiamo essere ottimisti sul futuro dell’Italia?

“Non è facilissimo essere ottimisti sull’Italia, non vorrei cavarmela con le risposte tradizionali sull’Italia sul suo grande patrimonio. Possiamo essere ottimisti sull’Italia nella misura in cui molte caratteristiche del nostro paese sono di attualità per risolvere i problemi dell’Europa e del mondo. Siamo un paese molto dinamico, con un sistema politico molto flessibile forse anche troppo”.

 

“Molti governanti in Europa continua Gentiloni provano invidia perché siamo abituati a convivere con un sistema molto frammentato, e di questo ne abbiamo fatto una grande virtù. Siamo un paese proiettato verso l’esterno che ha sempre puntato su commercio, multilateralismo e relazioni internazionali e abbiamo attraversato momenti molto difficili. Le cose sono andate piuttosto negativamente negli ultimi vent’anni e oggi abbiamo la grande chance di riprenderci. Dobbiamo essere ottimisti anche dal punto di vista dell’amore proprio.

 

Da ministro degli Esteri e da commissario europeo ho imparato quanto siamo invidiati nel resto del mondo, malgrado l’autorappresentazione che facciamo di noi stessi. ‘Che fortuna che avete a essere italiani’, è una delle frasi che mi sono sentito ripetere più spesso in giro per il mondo. L’ottimismo se non ce l’hai te lo devi anche dare. E per darselo bisogna credere nei mezzi di questo straordinario paese”.

 

Una delle radici del rancore e della nostalgia, facciamo notare a Gentiloni, la si trova probabilmente nel sentimento anti europeo che si è andato a consolidare in alcuni paesi e in alcuni partiti. Domanda: cosa può fare la prossima Commissione europea per combattere non solo a chiacchiere la cultura del pessimismo?

 

“L’Europa è indiscutibilmente il principale attore globale che può battersi per le cose che contano, che ci interessano. Dobbiamo realizzare che le cose che ci stanno a cuore nel mondo di oggi non sono scontate ma sono messe fortemente in discussione. Parlo di democrazia liberale, ovvero il rapporto tra democrazia e libertà. Nessuno in Europa mette in discussione la democrazia ma molti contestano il nesso con la libertà. Parlo anche di stato sociale, dei diritti dei lavoratori, del rispetto della legge, delle minoranze, del rispetto della libertà di informazione, della parità di genere. Parlo della sfida ambientale: quale grande attore globale può essere protagonista della transizione climatica se non l’Europa? Nessuno.

 

C’è uno spazio senza precedenti per l’Europa che deriva da come si è sviluppato il contesto globale. Al momento ci sono molti attori globali che vogliono indebolire l’Ue, questo coinvolge in forme diverse Cina, Russia Stati Uniti e crea per la prima volta un enorme spazio geopolitico per l’Ue. L’Europa è l’unico attore globale che può andare nella direzione dei valori a cui siamo affezionati rispetto a molte sfide come la nuova Guerra fredda tra Stati Uniti e Cina. Basta pensare al ruolo globale dell’Euro, alla questioni della difesa che si sta finalmente sbloccando in tanti paesi europei a partire dalla Germania, al cambiamento climatico.

 

L’Europa sarà la frontiera discriminante della politica dei prossimi anni e non lo dico per il ruolo in cui mi troverò a occupare dal primo dicembre. Dobbiamo stare dalla parte di questo attore globale cercando di modificarlo, di migliorarne la capacità di incidere. Il posizionamento sul tema europeo sarà fondamentale per noi nei prossimi anni”.

 

Ci sono nemici esterni, in Europa, ma ci sono anche nemici interni, tra cui i nazionalisti. Quale è la minaccia più significativa che a suo parere viene veicolata oggi dai nazi-pop, ovvero dai nazional-populisti?

 

E lei pensa che Salvini sia il più pericoloso tra i nazi-pop d’Europa?

“Devo dire che ci sono leader sovranisti che hanno maggiore influenza di Salvini e molti di loro sono al governo in alcuni stati membri dell’Ue. Facciamo bene a ripetere che nelle ultime elezioni europee non c’è stata l’ondata nazionalista che in molti si aspettavano. Durante la campagna elettorale si pensava che le classi dirigenti dell’Ue sarebbero state costrette a fare gli scatoloni e andarsene, ma questo non è successo.

 

Quella posizione sovranista è tutto sommato minoritaria, conta circa il 15 per cento dei consensi al Parlamento europeo, ma attenzione a non considerare chiusa questa sfida. Se è vero che l’Ue ha potenzialmente il ruolo di essere un attore globale unico, insostituibile e protagonista sul piano sociale, del multilateralismo e della democrazia liberale e se è altrettanto vero che ci sono attori potentissimi che vanno in una direzione diversa, dobbiamo stare attenti a non sottovalutare che all’interno degli stati membri ci sono delle forze che vogliono indebolire l’Ue.

 

Le classi dirigenti che credono nella democrazia non possono fare la parte dei sonnambuli del 1913, che non videro arrivare un’onda che nel giro di un anno portò alla guerra”. Lei pensa che oggi l’Europa sia nella stessa situazione? “Non penso ci sia un attentato di Sarajevo alle porte che possa incendiare una guerra.

 

La dinamica tra Stati uniti e Cina ha illuso o convinto molti a scommettere che la moltiplicazione dei rapporti tra stati potesse rendere tutto più facile. Ma ormai molti parlano apertamente di una nuova Guerra fredda. La Russia ha ripreso una funzione strategica nella nostra regione e sono in corso dinamiche che vogliono trasformare l’Europa nel campo di battaglia della lotta per la democrazia liberale. Dobbiamo essere consapevoli di questo oppure sottovalutiamo la portata dei processi in atto nel mondo.

 

Le forze che si contrappongono ai populisti li rappresentano come cause di inaffidabilità, e i partiti di governo usano questo argomento contro Salvini”.

 

Quanto può influire sulla percezione dell’affidabilità dell’Italia il caso Ilva?

“Il caso Ilva pesa eccome sulla reputazione dell’Italia, essendo una crisi industriale di primissimo livello conosciuta in tutta Europa. Il governo sta facendo a bene a sforzarsi per costringere Ilva a mantenere i suoi impegni e penso che farebbe bene a mantenere i propri. Su questa base penso che si possa evitare una crisi sociale e proseguire un processo di risanamento.

 

Però i patti vanno mantenuti, e questo vale per Ilva ma anche per il governo”. Tra i molti temi che stanno creando una forte polarizzazione in Italia vi è il caso della riforma del fondo salva stati. Negli ultimi giorni Salvini ha detto che l’Italia, su questo punto, sta svendendo la sua sovranità e chi avallerà la riforma sarà un nemico del popolo. Cosa ne pensa?

 

“Verrebbe facile dire che Salvini si sta autodenunciando perché all’epoca era vicepremier. Io sono stato all’opposizione del governo gialloverde ma considero accettabile il risultato della trattativa sulla riforma del meccanismo europeo di stabilità. Nei negoziati europei e internazionali non ci sono risultati del tutto ottimali ma all’epoca c’era un tentativo di portare la riforma in una direzione inaccettabile per l’Italia, e questo tentativo non è andato in porto.

 

Ha fatto bene il ministro Gualtieri a difendere un’intesa siglata dal governo precedente. E’ singolare che chi faceva parte del governo gialloverde e ha avuto un ruolo così strategico ora attacchi l’intesa e temo che questo faccia parte di un contesto di azioni contro l’Ue di cui dobbiamo essere preoccupati. La cosa non è solo singolare ma è anche un po’ autolesionista.

 

I livelli di difficoltà del sistema bancario italiano oggi sono inferiori a qualche anno fa e non molto diversi da altri paesi europei. Perché dobbiamo dare l’impressione di stare nell’anticamera di un intervento da parte del fondo salva stati, a cui non abbiamo fatto ricorso nemmeno in anni molto più difficile di quelli attuali? Penso che questo dibattito sia rispettabile sul piano tecnico ma tradotto in una discussione politica che trasforma l’accordo in una specie di Caporetto per il nostro paese finisca per dare una visione pessimista e ingiustificata del nostro stato e della nostra economia.

 

Queste rappresentazioni hanno conseguenze sui mercati perché tutti leggono i giornali e prendono sul serio ciò viene detto”. Abbiamo notato che anche lei ha manifestato interesse rispetto al fenomeno delle sardine. Di solito però, in mare aperto, le sardine vengono mangiate dal tonno. Chi è in questo momento il leader politico in Italia che le può realisticamente difendere dal tonno?

 

“Il principale difensore dal tonno non può che essere il Partito democratico e il suo leader Zingaretti, ovviamente non da solo. Non c’è dubbio che questa sia la realtà nel nostro sistema attuale. Le manifestazioni a Bologna mi sono piaciute molto anche per il modo in cui i promotori si sono presentati. L’anno scorso ho scritto un libro con un titolo bizzarro “La sfida impopulista” e a me quella delle sardine mi è parsa una sfida impopulista.

 

Oggi vengono poste a diagnosi quotidiane, tutti se ne occupano quindi vedremo come si evolveranno. Ma nelle prime manifestazioni hanno sollevato argomenti contro la degenerazione della politica, contro il populismo, contro l’odio e l’estremismo. Non erano il solito presidio da guerra contro Salvini, di questi ne abbiamo viste a decine negli ultimi anni. Con le Sardine abbiamo visto un grido di allarme contro il populismo fatto con grande sobrietà e intelligenza. Allora che le Sardine si conservino Sardine, almeno me lo auguro.

 

Di solito si conserveranno a lungo le sardine”. Rispetto al futuro dell’Italia, le fa più paura la crescita del populismo o la crescita del debito pubblico? “Vanno di pari passo e una delle cure migliori per limitare i rischi della crescita del populismo è quella di tenere sotto controllo il debito pubblico. Negli ultimi anni sono stati ottenuti risultati alterni e insufficienti, ma almeno c’era l’impegno a tenere in ordine i conti pubblici.

Quest’impegno è tornato a esserci grazie alla svolta del governo. La crescita del debito è lievito per la crescita del populismo, sono due fenomeni collegati”. Trent’anni fa quando cadde il muro di Berlino la sua generazione si sarebbe immaginata di vedere quest’Europa?

 

“La caduta del muro di Berlino fu meravigliosa e l’anno che seguì lo fu altrettanto. Questo non dobbiamo dimenticarlo mai, oggi decine di milioni di europei vivono in libertà e trent’anni fa non era il caso. Dato che non considero la libertà come un optional, questa la ritengo una straordinaria conquista.

 

Però mi ha colpito la migrazione di massa dai paesi dell’est e dai Lander della Germania orientale che ha coinvolto molti abitanti e che ha privato questi paesi della gente più giovane e meglio istruita. Questo ha comportato una crisi demografica ma anche un riorientamento politico e culturale molto allarmante, ci sono paesi come la Bulgaria o la Lettonia che hanno perso il 25 o 30 per cento della popolazione.

 

La Romania ha perso oltre un terzo dei laureati in medicina. Noi dobbiamo costruire sviluppo e occasioni di lavoro nei territori per evitare che le migrazioni di massa, che sono frutto della libertà di movimento, diventino una mina vagante per il mercato unico”.

 

Su cosa dovremmo misurare il successo o l’insuccesso di Paolo Gentiloni come commissario europeo?

“Una cosa sola è poca, ne vorrei menzionare almeno due. Nulla dipende soltanto da me perché stiamo parlando di organi collegiali. Primo, dobbiamo trasformare lo slogan del Green new deal in una vera transizione politica a livello europeo che vuole dire politiche industriali, investimenti, scelte sulla tassazione.

 

L’Europa è lo strumento principale per esercitare leadership a livello globale e per modificare il contesto delle nostre economia. La seconda priorità è meno chiara e condivisa e comporta il coordinamento della politiche fiscali e di bilancio degli stati membri.

 

C’è uno straordinario lavoro da fare affinché le divergenze tra nord e sud, est e ovest non si consolidino al punto da diventare irreversibili. Se riuscirò a costruire ponti penso di avere ottenuto i risultati di un lavoro che certo non si preannuncia facile”.