By goblinbox_(queen_of_ad_hoc_bento) from Minneapolis, MN, US - Amazon Prime Now, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=63567454

Un accordo a livello globale sul fisco che conduca a una imposta digitale e una tassazione minima per le imprese si può fare. Paolo Gentiloni considera «un fatto positivo» il dialogo tra Stati Uniti e Francia, non gli pare una ritirata bensì «una tregua» che apre uno «finestra di opportunità» sino a fine anno per definire una intesa collettiva sotto l’egida Ocse. È ottimista sull’esito, il commissario Ue per l’Economia. «Abbiamo a disposizione il tempo necessario» eppure avverte che, in caso di fallimento, dovrebbe «riproporre una soluzione europea per entrambi i dossier». E il conflitto fra Europa e Usa tornerebbe al punto di partenza. Un armistizio commerciale aiuterebbe l’Europa a concentrarsi sul suo nuovo profilo. L’ex premier reputa possibile un salto di qualità geopolitico per l’Unione che potrebbe avere anche sbocchi nelle mediazioni per le grandi crisi del momento, dalla Libia all’Iran. Seduto su un divano del Centro Congressi che ospita il Forum di Davos, si mostra relativamente ottimista per le prospettive dell’economia, fiacca ma non in frenata. E anche per quelle della contabilità pubblica italiana: «Non chiediamo miracoli, ma solo di mettere il debito pubblico in una traiettoria discendente».

 

Commissario, per la webtax si deve puntare diritti sulla soluzione a livello Ocse?

«Gli obiettivi devono essere chiari. A livello tecnico siamo molto avanti sul pilastro uno, quello che prevede di riconnettere le imposte ai mercati in cui i profitti vengono generati: l’economia digitale non consente di avere un sistema di 50 anni fa. L’altro pilastro riguarda la definizione di una tassazione minima per le imprese che eviti forme di dumping o addirittura i paradisi fiscali che danneggiano l’economia globale».

 

E se la finestra si chiudesse senza risultati?

«Il mio compito sarebbe quello di riproporre una soluzione europea per entrambi i dossier. Ma l’accordo globale è l’esito migliore perché il proliferare di web tax nazionali non è ideale».

 

La web tax europea è già stata bocciata da alcuni governi. Perché ora dovrebbero cambiare idea?

«Perché l’impegno formale, preso nel momento in cui hanno bloccato il progetto precedente, è di sostenerlo qualora fallisse l’intesa globale. Dalla discussione che abbiamo avuto dall’Ecofin di martedì credo che avremmo qualche difficoltà in più a raggiungere il consenso sulla tassazione minima delle imprese che non sulla digital tax. In ogni caso come Ue lavoriamo insieme per rendere possibile la soluzione Ocse-G20».

 

Domani il vicepresidente americano Pence arriva a Roma per parlare anche di tassa digitale. Quale è il ruolo italiano?

«Chiarire che la web tax non è una misura antiamericana, ma uno strumento per adeguare il sistema fiscale all’era digitale. E che in ogni modo, l’Italia contribuirà alla soluzione globale. Che è quella che dà maggiore certezza a tutti».

 

Trump è in campagna elettorale: non è un un ostacolo?

«Lascio la valutazione agli osservatori politici. Ci sono tesi opposte. Certo l’intesa non può essere facoltativa, come era stato suggerito dall’amministrazione americana. La mia impressione qui a Davos è che i grandi dell’economia digitale preferiscano un quadro di certezza globale. Anche perché con questo accordo si eliminerebbero i rischi di una doppia tassazione».

 

La Commissione vuole un ruolo geopolitico. Come si fa?

«Oltre al “Green deal”, questa è la nostra sfida fondamentale. Al di là dei singoli teatri, la chiave è far convergere quattro dimensioni: politica Estera; politica di Difesa; politica commerciale; ruolo internazionale dell’euro. Solo mettendo gradualmente insieme queste vocazioni, l’Ue potrà assumere un profilo geopolitico che appare difficile persino in aree a noi contigue come il Mediterraneo».

 

La Libia, sinora, è un’occasione persa.

«È un esempio per il futuro. Ora dobbiamo usare la nostra politica estera per sostenere una soluzione intra-libica, promossa anzitutto dall’Onu. E vero che la conferenza di Berlino è stata molto positiva, grazie al lavoro instancabile della cancelliera Merkel e della diplomazia tedesca. Ma è anche vero che si è occupata della cornice e non del quadro interno, dal quale dipende la stabilizzazione della regione. Onu e Europa dunque. Con l’Italia che deve avere un ruolo cruciale».

 

Quali leve può adottare l’Ue?

«C’è una dimensione di difesa, rimettendo in mare la missione navale Sophia: sarebbe una scelta utile e persino ovvia. C’è poi la dimensione economica e di cooperazione in cui l’Europa, in Libia come con suoi alcuni vicini, è un partner fondamentale e ben più rilevante delle potenze che oggi fanno il buono e il cattivo tempo in quel Paese. Gli strumenti ci sono. Vanno messi in movimento gradualmente».

Sophia è stata fermata da chi pensa alimenti le migrazioni.

«Basta una conoscenza superficiale della vicenda libica per sapere che non è mai stata una missione di ricerca e salvataggio. Non è un fattore di attrazione per i migranti. Oggi è la fragile situazione in Libia che profila il rischio di nuovi flussi. Penso che Sophia sarebbe molto utile per ridare voce all’Unione in una regione che è ai nostri confini».

 

C’è la volontà delle capitali?

«La politica estera comune è necessaria. Nelle grandi crisi ha anche funzionato. Nel patto con l’Iran, all’Europa non è mancata la politica estera sulla quale abbiamo una posizione comune. È stata l’uscita degli Stati Uniti a minare la nostra possibilità di continuare nell’accordo».

 

Potrebbe essere l’Ue a mediare tra Iran e Usa?

«Sì. Qualche passo è stato tentato con l’invito di Zarif a Bruxelles. È una via che ha bisogno di più tempo e di un raffreddamento del clima. Fermo restando che noi non possiamo accettare che l’accordo sul nucleare venga considerato carta straccia a Teheran».

 

Torniamo all’economia. Cosa aspetta l’Italia?

«Innanzitutto il “Green Deal” che rappresenta un’opportunità per l’Italia. Nella marcia verso la neutralità climatica siamo fra i più avanzati in Europa. La strategia europea di transizione ambientale faciliterà il rilancio dei nostri investimenti pubblici. È una occasione per guardare oltre la dimensione della politica del giorno per giorno”.

 

I conti italiani restano osservati speciali?

«Se parliamo di conti pubblici, non chiediamo miracoli, ma di mettere il debito pubblico in una traiettoria discendente. È nell’interesse del Paese perché rassicura i mercati e produce risorse per il bilancio. Questo il governo italiano lo sa benissimo».

 

Il Fmi ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita europea. Siete preoccupati?

«Il Fondo ha ribassato l’outlook globale e ha una previsione per l’Ue leggermente migliore della nostra di novembre. I numeri che abbiamo non indicano un peggioramento della situazione. La crescita resiste, ma rallenta in modo significativo e, apparentemente, non è destinata a riprendersi presto. Il problema è allora ridarle fiato ed evitare che questo andamento persista a lungo. Il Green Deal è certamente una risposta».