Carlo Calenda
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La stoccata a Raffaele Cantone, presidente dell’authority Anticorruzione: «Non comprendo come possa scrivere che l’autorità si è espressa senza aver proceduto a specifici accertamenti. Così i suoi pareri vengono strumentalizzati».
E l’attacco al suo successore al ministero dello Sviluppo, Luigi Di Maio, che ha definito il bando per Ilva «un pasticcio»: «Se va in Parlamento e minaccia inchieste interne poi devi essere conseguente ed annullare la gara, altrimenti stai solo facendo del varietà. Lo invito però ad un confronto posato e costruttivo in tv».
Carlo Calenda è furibondo. È l’imputato numero uno del governo legastellato. La tesi accusatoria è che sia il massimo responsabile di una procedura di vendita piena di errori e omissioni.

Non è rammaricato, con il senno del poi, per qualche decisione presa?
«Sì, ma la sorprenderò. Sono rammaricato per aver aspettato 32 incontri tra sindacato e azienda prima di mettere sul piatto una proposta di mediazione che salvaguardava tutti i lavoratori e offriva un incentivo volontario all’esodo di 100 mila euro e sei anni di cassa integrazione».

L’Anac però ha ravvisato diverse criticità. Per esempio perché non sono stati consentiti i rilanci?
«Il rilancio di Accialtalia, l’unico pervenuto, è avvenuto a gara chiusa. Abbiamo chiesto un parere all’Avvocatura dello Stato che ha testualmente risposto che “l’apertura di una nuova fase selettiva difficilmente potrebbe essere svolta sotto forma di rilanci, atteso che la valutazione delle proposte non afferisce al solo prezzo”. In caso di annullamento della gara e ripartenza dall’inizio avremmo corso il rischio di una causa e avremmo dovuto finanziare nuovamente la società. Ci sarebbe voluto un altro anno al costo di 36o milioni di euro».

Non era possibile costruire un’asta pubblica senza offerte a busta chiusa?
«No perché il bando prevedeva una fase di approvazione da parte di un comitato tecnico delle proposte di piano ambientale. Avremmo dovuto consentire rilanci a tutti. Una procedura infinita. Ilva perde un milione al giorno e i concorrenti conoscevano le regole».

Sono cambiate in corsa le scadenze intermedie per gli interventi ambientali. Così sono stati estromessi altri potenziali investitori.
«Perché scadevano prima della formalizzazione della cessione. Di investitori ce n’era solo uno, Míttal. Abbiamo dovuto noi montare una cordata chiedendo a Cdp. AcciaItalia è nata su impulso del governo ma non potevamo truccare la gara per farla vincere».

Accialialia offriva migliori garanzie dal punto di vista ambientale: non era possibile attribuire un punteggio più alto a questo parametro?
«Il piano ambientale di AcciaItalia ha avuto un punteggio superiore non tanto sulla base degli interventi ordinari quanto sul progetto di produzione a gas che si sarebbe aggiunta a quella a carbone, ma solo a partire dal 2023 e solo a condizione, come ha spiegato Giovanni Arvedi in audizione, di avere un prezzo del gas ridotto. Cosa impossibile. Se avessimo saputo che c’era questa condizione non avremmo assegnato il punteggio. Il 50% sul prezzo è il minimo rispetto alle precedenti amministrazioni straordinarie. Lo Stato deve recuperare molti soldi».

La decarbonizzazione dell’Ilva non è possibile?
«La storia della decarbonizzazione è una bufala. Il più grande impianto a gas d’Europa è di Mittal e produce meno di un decimo di Ilva».

ArcelorMittal sta per presentare una proposta migliorativa. Non era possibile ottenerla anche in precedenza?
«Se si ottengono condizioni migliori sarò il primo a fare i complimenti a Di Maio. Se c’è qualcosa da migliorare è perché abbiamo tenuto Ilva in piedi e fatto una gara mentre il M55 prometteva di chiudere».