Imagoeconomica

Enrico Morando, 68 anni, ex viceministro dell’Economia (2014-2018) e oggi candidato del Pd alle elezioni europee nel Nord-Ovest, ha vissuto in prima fila alcune delle fasi principali della timida ripresa di questi anni.
 

Come spiega lo scollamento del reddito medio italiano rispetto agli altri principali Paesi occidentali?

 
«Di fronte alla grande recessione e alla crisi del debito sovrano, l’Italia ha pagato più di altri l’incompletezza del disegno dell’euro».
 

Vuole dire, come Geraci, che entrare nell’euro è stato un errore?

 
«No, quella scelta ha permesso di ridurre enormemente il costo in interessi che i contribuenti dovevano pagare sul debito. Il problema è stato il fatto che l’assetto istituzionale fosse incompleto e noi italiani abbiamo subito questa mancanza più di altri, perché il nostro problema strutturale maggiore è il debito».
 

In cosa l’architettura dell’euro non era adeguata, allo scoppio della crisi?

 
«È mancata in tutti questi anni e ancora manca una politica di bilancio comune che spingesse nello stesso senso espansivo della politica monetaria. Quest’ultima, magari con qualche ritardo, è arrivata a sostenere l’economia. Ma la politica di bilancio nell’area euro non ha potuto fare lo stesso proprio per l’incompletezza del disegno: manca un bilancio comune dell’area euro, diverso da quello dell’Ue in genere».
 

Perché manca, a suo avviso?

 
«È semplice, purtroppo: perché manca la fiducia fra i Paesi e proprio per questo le continue risse che Matteo Salvini va cercando in Europa fanno ancora più danno. Visto anche il nostro debito, noi abbiamo pagato il fatto che Paesi in surplus come la Germania abbiano rifiutato di avere politiche espansive».
 

Lei crede davvero che un bilancio dell’euro sia possibile?

 
«Ci siamo andati vicinissimo. A giugno scorso al vertice bilaterale di Meseberg, Angela Merkel e Emmanuel Macron hanno fatto una dichiarazione scritta in questo senso. La Francia l’ha sempre voluta e in quel momento la cancelliere tedesca vi vedeva una propria convenienza politica. Ma Merkel probabilmente contava anche sull’appoggio dell’Italia. Invece il premier Giuseppe Conte al successivo vertice europeo si è schierato con i contrari al bilancio dell’euro e tutto è andato in fumo. Ma eravamo davvero vicinissimi».
 

Non dirà che tutti i mali dell’Italia sono colpa dell’Europa?

 
«Certo che no. In Italia il governo giallo-verde ha messo del suo per creare sfiducia sulle nostre reali intenzioni sul restare nell’euro. E ora lo stiamo pagando con lo spread».
 

Ma prima?

 
«Prima, storicamente ci siamo trovati in difficoltà con la rivoluzione digitale, che esalta la componente relativa al capitale umano. Il nostro modello fondato sull’importazione e l’imitazione in modo originale dei processi e delle tecnologie altrui non è bastato più. In larga parte la transizione è riuscita alle imprese che esportano di più. Ma il resto dell’economia è rimasto indietro».
 

Come se ne esce, a suo avviso?

 
«Mettendo risorse per incoraggiare gli investimenti delle imprese in tecnologie, come ha fatto il nostro governo con iper-ammortamento e superammortamento. Facendolo anche con l’alternanza scuola lavoro e con incentivi fiscali ai redditi da contrattazione di secondo livello, in azienda. Ma il governo attuale ha tolto risorse dalle prime due misure e ignorato la terza».
 

Però nel decreto crescita c’è un ritorno al superammortamento…

 
«Pochi mesi dopo aver cancellato quello che noi avevamo fatto, ha rimesso parte dei fondi che erano stati tolti. Servirebbe molto di più. Ma per farlo va smantellato ciò che si è fatto su “quota 100” e reddito di cittadinanza. Magari usando un po’ dei soldi per finanziare di più il reddito di inclusione e l’Ape sociale. Ma il resto va puntato su investimenti e istruzione».