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«L’abolizione dell’articolo 18 è stato un errore al di là del merito, per la valenza simbolica che ha avuto. Questa è la mia idea, ma serve una discussione ampia che guardi al futuro». Peppe Provenzano, saldamente a sinistra, è il nuovo responsabile Lavoro del Pd di Zingaretti. E ha le idee molto chiare su dove dovrebbe andare il partito: «Il lavoro è il grande assente dalle politiche del governo. Per noi, è un tema identitario. Il compito storico della sinistra è non rassegnarsi alla fine del lavoro. Questa evoluzione del capitalismo lo distrugge in tutte le sue forme: autonomo, dipendente, cooperativo. Dobbiamo tornare a parlare con gli operai e con chi fa i nuovi lavori e lavoretti: democratizzare l’algoritmo, orientare l’innovazione al miglioramento delle condizioni del lavoro.Farne strumento di emancipazione e uguaglianza sociale».
 

Come valuta il reddito di cittadinanza?

 
«È una risposta sbagliata a una domanda giusta, proprio perché confonde il lavoro con una politica del reddito. La priorità è il lavoro che non c’è: serve un grande piano di investimenti pubblici. Stiamo lavorando a un Green New Deal, che dovrebbe portare 50 miliardi di investimenti per la conversione ecologica».
 

E il taglio delle tasse, bandiera di Salvini?

 
«La flat tax compie la più grave delle ingiustizie e rischia di determinare un taglio dei servizi. Noi proponiamo 15 miliardi di taglio al cuneo fiscale tutto a vantaggio del lavoro».
 

In Parlamento si discute di salario minimo.

 
«La proposta del Pd è migliore di quelladei 5 Stelle. Confrontiamole. Fissarsi esclusivamente sui 9 euro l’ora rischia di scardinare la contrattazione. Bisogna estendere a tutti il valore legale dei contratti collettivi dei sindacati maggiormente rappresentativi. Contro lo sfruttamento, servono più controlli».
 

Il Jobs act va mantenuto?

 
«Dovremmo guardare a un codice dei contratti semplificato, che estenda tutele e garanzie al di là delle forme contrattuali, che pure vanno disboscate. Non l’ha fatto neanche il decreto dignità. Vanno rivisti entrambi, guardando al futuro. Serve uno Statuto dei nuovi lavori e dei lavoratori».
 

Ma un dialogo con i Cinque Stelle è possibile?

 
«Alleandosi con la Lega hanno venduto l’anima: se fosse stato un partito con una parvenza di democrazia, dopo le Europee avrebbe cacciato Di Maio. Altra cosa riguarda gli elettori di sinistra che hanno scelto M5S in passato: possono essere ripresi se si rimette al centro l’agenda sociale».
 

E dopo le elezioni?

 
«Ci vadano intanto».
 

Zingaretti è stato poco incisivo sul caso Lotti?

 
«Ha parlato di comportamento politicamente inopportuno e lui si è autosospeso. Si è fatta chiarezza».
 

Eppure resta uno dei leader della corrente maggioritaria nei gruppi parlamentari.

 
«I gruppi non si cambiano con un congresso».
 

Il Pd di Zingaretti stenta a trovare un’identità.

 
«Zingaretti è segretario da tre mesi, ci sono state le Europee: ha costruito una lista unitaria, l’embrione dell’alternativa. Bisogna mettere al centro diseguaglianze, lavoro, ambiente».
 

La strada è quella giusta?

 
«Fino a qui abbiamo messo al centro l’unità, ora serve anche la discontinuità».
 

Cosa pensa dell’operazione Calenda?

 
«Il tema esiste: presidiare il centro e impedire che l’elettorato sprofondi a destra. Ma non può essere compito del Pd. Il centro si è ridotto, l’elettorato radicalizzato. Dobbiamo tornare alla distinzione tra destra e sinistra. Chi è nato dicendo di non essere né di destra, né di sinistra finisce per portare acqua al mulino della nuova destra. Come il M5S».