«Mentre parte il governo deve partire l’opposizione e deve essere solida e affidabile. Il paese è esposto ed ha bisogno di un riferimento credibile sul piano internazionale che può fornire Paolo Gentiloni: per questo il Pd deve investire sulla sua leadership, eleggendolo subito segretario».
 
Fatta questa premessa, Enrico Morando, ex vice-ministro dell’Economia e braccio destro di Padoan in Parlamento, lancia un allarme sulla Fornero. «Nel momento in cui è tornato all’estero il dubbio sulla volontà dell’Italia di pagare il suo debito, cominciare l’esperienza di governo smantellando l’intervento di riforma delle pensioni fatto a suo tempo, significa confermare in Europa proprio quel dubbio. Nel 2011 fu quello il vero intervento che consentì a Draghi di adottare la politica monetaria espansiva. Perché la spesa previdenziale era fattore scatenante del debito e senza quella misura non avremmo potuto rassicurare sulla capacità di frenarne la crescita».
 

Sarà comunque difficile per il Pd non votare misure popolari sulle pensioni?

 
«Sull’abolizione della Fornero dobbiamo dire no in nome degli interessi dei giovani, perché quella misura mette a rischio la tenuta del sistema previdenziale, già minacciata dall’essere noi l’unico paese avanzato con un andamento demografico negativo. E per l’interesse delle donne, che quota 100 se la sognano. Si possono sviluppare le misure di correzione sui lavori usuranti, sull’ape volontaria, ma altra cosa è smantellare la riforma».
 

Lei crede sia possibile visto l’attuale stato delle finanze pubbliche, varare reddito di cittadinanza, flat tax e abolizione della Fornero?

 
«Se si varano secondo quanto previsto dal cosiddetto contratto di programma, si tratta di provvedimenti che sommati, compresa la sterilizzazione dell’Iva, determinano un’onere annuale nell’ordine di 100 miliardi di euro. Attenzione, onere che si ripete tutti gli anni: sento parlare a sproposito di coperture una tantum, come condoni fiscali. Misure di questo tipo non possono coprire oneri permanenti come quelli per flat tax, reddito di cittadinanza e abolizione della Fornero».
 

Se il governo si spingesse fino al 3% di rapporto deficit – PIL quanto otterrebbe in termini di risorse?

 
«Si tratterebbe di 18 miliardi di euro in più sul bilancio 2019. Ma già quando lo sosteneva Renzi, dissi che non c’erano le condizioni per assumere questa proposta, che non sarebbe stata mai approvata dall’Ue. È vero che in apparenza rispetterebbe la regola di Maastricht, ma ignorerebbe il lungo processo di aggiustamento della finanza pubblica che abbiamo condotto nel corso degli anni, facendo ogni anno un deficit di poco più basso di quello precedente. E se invece di ridurlo lo aumentassimo fino al 3%, usciremmo dall’applicazione corretta dell’articolo 81 della Costituzione, che consente di fare indebitamento solo quando il ciclo economico è negativo».
 

E in questa fase che bisognerebbe dunque fare?

 
«Nell’Europa di oggi, Macron sostiene l’esigenza che i paesi sviluppino politiche più integrate su temi cruciali, come difesa, governo dell’immigrazione, sicurezza e politiche fiscali. E dunque se vogliamo fare più investimenti e accelerare la crescita dobbiamo puntare a un’intesa con Macron per convincere la Merkel a realizzare questo salto di qualità. Ma è il contrario di uscire dalle regole europee».