lavoro, jobs act
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di Tommaso Nannicini e Stefano Sacchi*

 

Il Jobs Act ha ridotto gli ammortizzatori sociali per un eccesso di blairismo? No. E vediamo perché. Fino a 5 anni fa l’Italia era un caso unico tra i paesi capitalisti avanzati. La protezione dei lavoratori avveniva solo in azienda (e non in tutte). Per chi perdeva il lavoro o non lo trovava, quasi niente.

I sussidi di disoccupazione erano ridicoli ed escludevano gran parte dei lavoratori, soprattutto giovani, donne e atipici. La protezione del reddito era affidata solo alla cassa integrazione. Questa esiste in molti altri paesi, si pensi al Kurzarbeit in Germania, ma in Italia – e solo in Italia – la cassa era l’unico cinema in città.

Da nessun’altra parte la cassa poteva durare pressoché all’infinito senza costi per le aziende, addirittura mettendo tutti i lavoratori a zero ore.
Per non parlare della cassa per cessazione: un’azienda che non produceva più un cavo o un tondino da anni (talora decenni) veniva tenuta in piedi anche se, intascati i soldi, i piani industriali non venivano rispettati.

L’ipertrofia della cassa integrazione aveva spiazzato la creazione di sussidi di disoccupazione degni di questo nome e di politiche attive del lavoro. Ezio Tarantelli diceva che la cassa fossilizzava i lavoratori nel loro posto di lavoro come la lava con gli abitanti di Pompei.

Il Jobs Act parte da una filosofia opposta: quella di un capitalismo ben funzionante perché il mercato è dinamico ma i lavoratori (e non le grandi imprese) hanno una rete di protezione.

Questo modello non né della Thatcher, né di Blair. È la base del patto sociale delle grandi socialdemocrazie europee. Goteborg, non Pompei. È un modello che ha consentito alla Svezia di essere una potenza industriale senza aiuti pubblici (Saab lì l’hanno fatta fallire).

Il Jobs Act ha introdotto la Naspi (con 2,5 miliardi di euro aggiuntivi all’anno): un sussidio che copre il 97% dei lavoratori dipendenti se perdono il lavoro. Questa copertura se la sognano nella maggior parte dei paesi europei. Il sussidio arriva fino a 1.300 euro al mese e dura fino a due anni: un anno in più di prima e i giovani non sono più penalizzati rispetto agli anziani.

C’è la Discoll per i collaboratori e i giovani ricercatori. Anche gli apprendisti possono ottenere la cassa integrazione. Un milione e mezzo di lavoratori delle piccole imprese, che prima ne erano esclusi, adesso possono ottenere integrazioni salariali con i fondi di solidarietà. Ed è stato introdotto il Reddito di inclusione (Rei) per combattere la povertà. Platea e importi del Rei sono bassi, lo sappiamo, e vanno aumentati. Ma c’è, per la prima volta nella storia d’Italia.

Certo, le grandi imprese non possono più usare la cassa per scaricare i costi della loro incapacità manageriale sulla collettività, perché non la possono usare per sempre, senza pagare un euro. Se la usano a lungo, la pagano di più. Le crisi aziendali irreversibili ora vengono accertate, ma in tutti gli altri casi la cassa resta eccome. E dura fino a due anni come in Germania (addirittura tre con i contratti di solidarietà).

Detto questo, non c’è dubbio che servano interventi forti per rendere le politiche attive e della formazione una speranza concreta e non un tema da convegno. Una formazione vera che anticipi il cambiamento e aiuti i lavoratori a trovare lavoro nelle imprese più produttive. E che si debbano trovare ulteriori risorse per allargare gli ammortizzatori sociali. Ma proseguendo lungo le linee tracciate dal Jobs Act, non tornando indietro.

 

*  Tommaso Nannicini e Stefano Sacchi hanno collaborato al Jobs Act rispettivamente in qualità di consigliere del presidente del Consiglio e del ministro del Lavoro