«Lo sciopero generale dev’essere scongiurato a ogni costo, il governo apra un tavolo permanente con i sindacati ed eviti forzature. Di tutto abbiamo bisogno, tranne che di un conflitto fra lavoratori e aziende. E il Parlamento cominci a pensare alla riforma del Titolo V: lo scontro fra Regioni e Stato ha dimostrato che questa dicotomia, specie in alcune materie come la Sanità, va bene in tempo di pace ma non in tempo di guerra».

In assenza del segretario Nicola Zingaretti, risultato positivo al Covid-19, è il vice Andrea Orlando a tenere le redini del Pd. Un’impresa non facile, e non solo per via dell’epidemia.

Onorevole Orlando, dopo la chiusura a metà decretata dal premier le fabbriche sono in fermento, su Conte pesa il sospetto di aver ceduto a Confindustria, i sindacati minacciano fuoco e fiamme. Era proprio il momento di rischiare un conflitto sociale?

«Io non credo che ci sia stata la volontà di uno scontro. Si sconta semmai una difficoltà a individuare in modo chirurgico le filiere connesse a quelle cosiddette strategiche. Perché noi quando parliamo di alimentari pensiamo a formaggio e frutta, ma ci dimentichiamo che c’è l’imballaggio. E così per il medicale: consideriamo la macchina in sé, ma c’è pure la componentistica. Scegliere le filiere da tenere aperte, chiudendo tutto il resto, non è semplice: è la prima volta nella storia che un governo si trova a fare una valutazione del genere».

Fatto sta che venerdì notte il premier ha annunciato “chiudiamo tutto”, salvo poi scrivere un Dpcm molto più sfumato.

«Può darsi che nell’individuare le filiere connesse ci sia stato un eccesso di approssimazione, di cautela, rispetto ai rischi di vedersi bloccare le filiere principali. Il che avrebbe significato il collasso del Paese. In più sono successe cose non particolarmente edificanti, come imprese che hanno cambiato il codice subito dopo la pubblicazione del decreto pur di rimanere aperte. L’insieme di questi fattori ha creato una dimensione che va oltre quello che il sindacato si aspettava e che era socialmente gestibile».

I sindacati sostengono che non ci sono le condizioni minime di sicurezza per lavorare in fabbrica. Il governo vuole tenerne aperte più di quanto pattuito. Il Pd da che parte sta?

«Dalla parte del dialogo, che bisogna tenere sempre aperto. Serve subito un tavolo nazionale e dei tavoli locali perché la definizione puntuale delle filiere non si può fare in astratto. Deve essere calata nelle varie realtà produttive. E bisogna garantire controlli ferrei perché chi lavora abbia tutti i dispositivi di protezione».

I sindacati però non si fidano, accusano il governo di averli traditi. Come se e esce?

«Io credo che un’intesa sia obbligatoria. Non si può pensare di aggravare una situazione già di per sé drammatica con uno sciopero generale, né che si vada a una forzatura con il sindacato. Se si comincia un conflitto si sa dove si inizia e non si sa dove si finisce».

Ma perché annunciare a notte fonda qualcosa che è poi cambiato in corsa, e su una materia tanto delicata? Non si poteva aspettare?

«Ripeto: c’è un’esigenza inevitabile di procedere per approssimazioni, ci stiamo muovendo in un campo ignoto, mai era successo di dover prendere decisioni tanto complesse in poche ore. E dobbiamo sapere che questo metodo di progressivi aggiustamenti ci accompagnerà anche in futuro. Tutti i Paesi nel mondo hanno rivisto le scelte iniziali, non siamo i soli. Perciò credo che ci voglia, da parte di tutti, spirito di collaborazione e comprensione anche di possibili difficoltà».

E degli errori? Renzi e Salvini hanno molto criticato la scelta del premier di fare una diretta social nel cuore della notte. Lei che ne pensa?

«È una discussione che mi appassiona poco rispetto al merito delle decreto e alla realtà di un governo alle prese con una sfida immane. Dopodiché, non potendo obiettare sui contenuti, è chiaro che la conflittualità si scarichi sulla comunicazione».

Ma lei, da presidente del consiglio, avrebbe usato Facebook per annunciare la chiusura delle fabbriche?

«Non l’ho trovata una scelta particolarmente brillante, ma lo è ancora meno il dibattito che ne è scaturito. Oltretutto sentirsi dare lezioni di galateo istituzionale da gente che, come il capo della Lega, in questi anni ci ha abituati alla qualunque, è davvero surreale».

Cosa succederà dopo? L’epidemia lascerà solo macerie?

«No. Intanto perché con il decreto di aprile il governo affronterà il tema della ripartenza. Dopo occorrerà un robusto piano di investimenti europeo e poi perché il virus è stato una sorta di stress test del nostro modello di sviluppo e del nostro assetto istituzionale. Ci ha segnalato cosa non è più sostenibile».

Per esempio?

«Abbiamo una sanità forte anche perché prevalentemente pubblica, ma troppo frammentata. E una filiera istituzionale che va ripensata».

Cioè?

«La difficoltà di coordinamento fra governo e Regioni è esplosa nel modo più drammatico. Perciò credo fosse giusta la clausola di supremazia contenuta nella riforma costituzionale poi bocciata dal referendum . L’autonomia è una cosa importante in tempo di pace, ma in tempo di guerra può diventare un limite».