Pier Carlo Padoan, elezioni 2018
PIER CARLO PADOAN - Foto di Paolo Cerroni / Imagoeconomica

«L’aspetto più preoccupante nel “contratto” alla base del governo in costruzione è la sottovalutazione delle conseguenze di certe scelte. Ci si preoccupa dell’Europa, ma le eventuali procedure di infrazione impiegano mesi a svilupparsi, mentre la risposta dei mercati arriva in pochi secondi».
 
In un’altra giornata di spread in altalena (ieri il differenziale con i Bund tedeschi ha chiuso ai 193 punti annullando nel pomeriggio tutta la discesa della mattinata), il ministro uscente dell’Economia Pier Carlo Padoan ha proposto un bilancio di mandato che serve a rivendicare i risultati di questi anni (recupero di metà del Pil perso nella crisi, aumento del 10% negli investirnenti privati, evoluzione della politica europea e avvio della discesa del debito in primis) ma anche ad avviare il passaggio di consegne al successore.
 
E in un colloquio con Il Sole 24 Ore incrocia il bilancio con i temi che agitano l’attualità di queste ore: non si pronuncia direttamente sulle ipotesi della successione, che scalda il confronto fra i partiti e il Quirinale, ma spiega che anche dal nome che sarà scelto «arriverà un segnale ai mercati, perché dietro al nome ci sono delle idee».
 
E l’attenzione sarà massima sulle prime misure del nuovo governo, anche parziali. In prima fila ci sono “bandiere” come la «pace fiscale» e l’Irpef a due aliquote, bocciate senza appello da Padoan: «La pace fiscale si raggiunge con gli incentivi all’adempimento spontaneo e non con i condoni ribatte Padoan -, e tagli fiscali concentrati sui redditi dei ricchi vanno in direzione opposta rispetto alla crescita inclusiva che deve essere l’obiettivo del Paese. Piuttosto sarebbe utile potenziare il reddito di inclusione, mentre il reddito di cittadinanza proposto dal contratto è una misura assistenziale insostenibile. E con misure insostenibili si va a sbattere».
 
Proprio sull’inclusione si incontrano però i passaggi più problemafici del bilancio tracciato da Padoan, consuntivo ovviamente di parte ma non limitato alla “promozione” dell’azione di governo.
 
«Abbiamo perso le elezioni perché abbiamo attuato solo la prima parte del programma sostiene l’inquilino di Via XX Settembre -; abbiamo riportato il Paese fuori dalla recessione e gestito difficilissime crisi bancarie, ma sul sostegno ai cittadini abbiamo fatto soltanto i primi passi Per sfidare il populismo occorrevano tempo e misure percepibili subito, ma non dimentichiamo la doppia recessione da cui siamo partiti. Il Pd ora deve capire le ragioni profonde della sconfitta, e su questa base decidere una strategia e una leadership».
 
Nell’ottica diPadoan,però, non ci sono scorciatoie, e le ragioni si incontrano anche negli spread tracciati dai monitor sulla scrivania da ministro.
 
«Ci sono segnali preoccupanti, a partire dagli aumenti dell’ultima settimana registrati dai differenziali con i titoli spagnoli (93,6 punti ieri, ndr) e portoghesi (152,8), segno di un riposizionamento degli investitori sul rischio; i mercati sembrano in attesa di prendere una posizione chiara, ma l’esperienza insegna che, una volta avviate, queste tendenze sono lunghe e difficili da correggere».
 
Il punto non è però nell’ipotetica contrapposizione fra un atteggiamento remissivo e quello di chi rivendica gli ormai proverbiali sul “pugni sul tavolo” in Europa per difendere gli «interessi nazionali».
 
«L’aumento di deficit e debito in questo momento non è nell’interesse degli italiani replica Padoan. Certo che dobbiamo sostenere la crescita, ma se ampliamo il deficit otteniamo soltanto un aumento del debito. È una questione di equilibri tra esigenze diverse, per questo parlo spesso di “sentiero stretto”.
 
È importante la composizione del bilancio, non soltanto i saldi e poi il legame tra politica di bilancio e riforme strutturali. In questa prospettiva a che servono le idee fumose di un ritorno all’Europa pre-Maastricht? In quattro anni al ministero il confronto con l’Unione europea è stato serrato, euro su euro, e ha ottenuto risultati importanti. Perché la gente non percepisce tutto questo? Me lo chiedo anch’io, senza dubbio siamo stati deboli sul piano della comunicazione politica, lo dimostra bene il confronto con Macron. Nel suo famoso discorso alla Sorbona il presidente francese ha rilanciato in grande i temi del Fondo monetario europeo e del ministro del bilancio Ue, ma queste idee sono presenti nelle proposte ufficiali dell’Italia da più di due anni».
 
Ma oltre alla comunicazione, c’è anche il calendario a spiegare il crollo di popolarità dell’Unione in un Paese fino a pochi anni fa ai vertici dell’europeismo.
 
«Oltre a ottenere molti spazi di bilancio aggiuntivi – rivendica Padoan – l’Italia in questi anni ha dato spinte importanti anche all’evoluzione dell’architettura europea. L’esigenza di un impegno diretto di risorse Ue sugli investimenti che poi è diventato il piano Junker era al centro delle proposte avanzate dalla presidenza italiana nel semestre Ue del 2014, insieme al concetto di”beni comuni europei” e al progetto di un meccanismo di stabilizzazione anticiclica del mercato del lavoro, cioè l’intervento anti-disoccupazione che ora potrebbe entrare nel pacchetto di riforma della governance europea».
 
In tutti questi casi, però, il passaggio dalla proposta all’attuazione, e poi alla sua diretta percezione da parte dei cittadini europei impiega tempi biblici.
 
«Il fatto è che l’Europa è fatta di Paesi diversi con priorità differenti: in Germania la disoccupazione non è un problema, e uno strumento comunitario per contrastarla è visto con sospetto per il rischio di utilizzare soldi dei contribuenti tedeschi per aiutare i cittadini di altri Paesi. È questo il vero, grande problema europeo, che si riflette sui nodi cruciali di debito pubblico e banche: fino a che punto vanno ridotti irischi prima di condividerli? È il tema dei temi, nelle prossime settimane ci saranno passaggi decisivi come il consiglio europeo di giugno, e l’Italia non può chiamarsi fuori».
 
Ma oltre al dibattito di sistema, continua la battaglia quotidiana sui decimali, e giusto l’altro ieri la commissione ha confermato che l’Italia ha bisogno nel 2019 della correzione strutturale da 10 miliardi (6 decimali di Pil) già prevista da Def tendenziale e per ora blindata dagli aumenti Iva.
 
ll segnale sulle possibilità di ottenere nuova “flessibilità”, insomma, non è positivo: «Per ora l’indicazione è tecnica, e l’elemento politico va colto in un altro aspetto. Sia il vicepresidente della commissione Dombrovskis sia il commissario agli Affari economici Moscovici hanno aperto al dialogo con il nuovo governo, e hanno fatto bene. Per le trattative lo spazio c’è sempre – spiega Padoan -, ma le chance di successo dipendono dagli obiettivi a cui si legano gli spazi di bilancio: un conto è chiederla per continuare le riforme, un altro è pretenderla per avviare promesse elettorali insostenibili o per smontare le riforme già fatte».