Pier Carlo Padoan, elezioni 2018
PIER CARLO PADOAN - Foto di Paolo Cerroni / Imagoeconomica

Avverte Draghi che la ripresa sta perdendo slancio. Non è un allarme, ma per l’Italia, cioè per il Paese che ha perso di più durante la crisi e ora cresce di meno, è una minaccia aggiuntiva. Vero? «L’economia deve vedersela con due rischi di rallentamento concede Pier Carlo Padoan -. Uno è di natura ciclica, perché la fase di massima espansione -penso soprattutto a Ue e Usa si riduce di intensità. L’altro è legato alle minacce di protezionismo che potrebbero deprimere le aspettative e frenare gli investimenti». Il ministro dell’Economia sta per salire sull’aereo che lo porterà all’Ecofin informale che si apre oggi a Sofia. Regala certezze e preoccupazioni, ma evita ogni stima sul futuro. «Più che fare previsioni assicura occorre vigilare sullo sviluppo del dibattito: nelle guerre commerciali non ci sono vincitori».

 

La Bce vede una frenata della domanda. E l’Italia?

«Non al momento. Gli investimenti privati continuano ad essere sostenuti. E i consumi hanno una buona velocità di espansione».

 

Siamo più vulnerabili?

«E’ vero che l’Italia cresce meno degli altri, ma è anche vero che il ritmo è elevato, se considerato nella prospettiva dei vent’anni alle nostre spalle. Al netto della situazione congiunturale, le potenzialità di sviluppo italiane sono ancora significative. Possiamo crescere di più».

 

E allora?

«La nostra vulnerabilità è legata in parte al debito e in parte a fattori strutturali come la modesta dimensione media delle imprese».

 

Negli incontri di Washington, quanto era elevato l’allerta per il rischio protezionismo legato a Trump?

«Le preoccupazioni sono piuttosto elevate, soprattutto perché gli europei vedono Trump rivolgersi alla Cina ma temono di poter diventare oggetto di misure selettive in alcuni settori strategici».

 

Cosa dicono gli americani?

«Che vogliono perseguire una politica che mira alla creazione di un terreno di gioco uguale per tutti, per sostenere la propria economia e proteggerla. Però si pongono il problema delle conseguenze per gli altri meno che in passato. E poi hanno una esplicita critica da rivolgere alla politica cinese che ritengono essere particolarmente protezionista».

 

Draghi è tornato a chiedere riforme. Pensava all’Italia?

«Ha ragione quando chiede di non perdere slancio nell’azione di riforma, Italia e altri Paesi devono insistere sulle riforme strutturali perché la crescita potenziale deve salire. Per noi è importante far riprendere gli investimenti pubblici, frenati non tanto dalla carenza di risorse quanto dalla vischiosità dei processi amministrativi».

 

Abbiamo alternative a rispettare gli impegni presi in Europa?

«Occorre continuare sul sentiero percorso in questi anni, che ha portato a una riduzione progressiva del deficit e a un’inversione della tendenza del debito, che si è stabilizzato, in una quadro di maggiore crescita. E’ un equilibrio virtuoso che va rafforzato».

 

Rischiamo più degli altri?

«Noi siamo un Paese ad alto debito. In rapporto al Pil è cresciuto per sette anni di fila, dal 100% al 130, nel 2007-14. In questi anni è stato stabilizzato e avviato su un percorso di riduzione. La stabilità dei mercati in queste settimane è anche dovuta al fatto che siamo su questo sentiero».

 

Draghi invita a rispettare il patto di Stabilità. Parla a noi?

«Parla a tanti. Certo l’Italia deve completare l’aggiustamento, ma non è sola. La nostra posizione di bilancio è migliore di molti altri, a partire da Francia e Spagna. Non dobbiamo essere preoccupati, sono rischi al ribasso. Bisogna continuare nelle politiche intraprese e con le riforme».

 

Avete presentato il Def, ma per forza di cose non è politico. Siete sicuri che Bruxelles aspetterà?

«I conti 2017 sono a posto, anche grazie agli aggiustamenti realizzati nel passato. I conti del 2018 verranno valutati dalla Commissione Ue quando ci saranno i numeri definitivi, dunque a inizio 2019».

 

Quanto ci dobbiamo inquietare per la mina dell’aumento dell’Iva dal 2019?

«Non è più pericolosa del passato. Sono state sempre trovate misure per rimuoverla. Sono fiducioso che nel Def del prossimo governo si troveranno misure alternative».

 

Entra nel vivo la riforma dell’Ue. Che farà l’Italia?

«In questi anni il nostro è stato un ruolo importante, abbiamo proposto soluzioni che hanno cambiato il tono del dibattito europeo. Lo hanno riconosciuto anche i nostri partner. Può continuare a farlo, in particolare per spingere verso una Europa in cui la dimensione della mutualizzazione sia importante. Dobbiamo contribuire ad aumentare la fiducia nelle istituzioni europee, è nell’interesse di tutti perché non è solo l’Italia a pagare le conseguenze degli scetticismi».

 

Il presidente della Commissione, Juncker, ha detto che il mandato del 2014 era quello «dell’ultima chance». Lo è davvero?

«Mi auguro che tutte le opportunità siano sfruttate al meglio. Certo che se questa legislatura europea dovesse chiudersi senza passi avanti, allora rischieremmo un grosso passo indietro».