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Ministro Provenzano, a 50 anni dalla legge 30 lei propone un nuovo Statuto dei lavoratori. Con questa maggioranza è una proposta verosimile?

“Fin qui abbiamo rincorso i mutamenti del mercato del lavoro. Anche noi, che abbiamo previsto già dall’autunno un rafforzamento di tutele per rider. Ma al tempo dell’algoritmo, dello smart working, e alla luce della pandemia, dobbiamo continuare a mettere le toppe? È il momento di scrivere un nuovo statuto che riveda la disciplina del mercato del lavoro, fin qui frammentata e precarizzante. Da più parti ci si interroga su quale ambizione alta si possa dare a questa legislatura, e al governo. Riportare il lavoro al centro del dibattito e dell’azione di governo risponde a questa ambizione. È il lavoro il filo con cui ricostruire una trama sociale, che dopo la pandemia fischia di lacerarsi di più. L’impatto della crisi potrebbe essere superiore a quello della grande recessione, che lasciò sul campo un milione di posti. Con i decreti, mobilitando risorse senza precedenti, ci siamo mossi per minimizzare le perdite. Ora dobbiamo creare nuove occasioni di lavoro, con un’innovazione che significhi inclusione sociale, che affermi la dignità di ogni lavoro.

I 5 stelle hanno fatto grande resistenza sulla legge sui braccianti. E Renzi è l’indimenticato padre del Jobs act, che Carlo Smuraglia ha definito «un attacco frontale allo statuto dei lavoratori». Con chi fareste il patto più avanzato?

 

In una maggioranza si può discutere, senza ultimatum, e fare battaglia politica. Così successe nel 70 grazie al socialista Brodolini ma anche alla volontà di una parte della Dc. Le emergenze fanno cadere i tabù. Il Jobs act era una legge pensata per gli anni 90, su cui peraltro è intervenuta anche la Consulta. Appartiene a un’altra epoca. Oggi se lavori da casa hai bisogno di regolare nuovi diritti, come quello a disconnetterti, a conciliare i tempi di vita. Altrimenti, nella realtà, a pagare il prezzo più alto sono le donne. La pandemia ci ha fatto riscoprire il valore della scienza, della ricerca e della tecnologia. È indispensabile affermare il diritto alla formazione permanente in tutti i contratti. E il dibattito è in ritardo”.

 

A proposito di soviet, una larga parte del Pd chiede più garanzie in cambio delle garanzie sul prestito a Fca Italy. Il Mef vigilerà?

“E’ la legge che ci impone di vigilare su licenziamenti e delocalizzazioni. Se i prestiti sono grandi le garanzie devono essere maggiori, e le parole di Gualtieri lo confermano. In gioco è il destino industriale del paese. Non è statalismo evitare gli errori del passato. Non è lesa maestà chiedere che fine ha fatto Fabbrica Italia. Siccome c’è uno scarto fra ciò che è stato promesso e ciò che è stato mantenuto, ora abbiamo bisogno di impegni chiari sui posti di lavoro, su un progetto industriale innovativo per rilanciare un settore già in difficoltà prima del Covid. Aggiungo: se ricevi un sostegno cospicuo, la priorità è investire o distribuire megadividendi?”

 

Lei è uno dei protagonisti dall’accordo sui braccianti. Oggi c’è lo sciopero degli «invisibili» non raggiunti dalla vostra legge.

“Quella norma è un atto dovuto, di civiltà. Non risolve tutti i problemi dell’immigrazione che non risalgono solo a Salvini ma alla Bossi Fini. Peccato che il centrosinistra non l’abbia cambiata quando aveva i numeri. Ora questa discussione va ripresa. Intanto rivendico un compromesso onorevole e non scontato. Del resto, c’è il consenso dei maggiori sindacati e della grande maggioranza delle associazioni, nella consapevolezza che si tratta di un primo passo. Ma ho rispetto per lo sciopero. Non ne ho visti prima e ammiro l’impegno di sindacalizzazione in quelle campagne. Le conquiste passano anche per la battaglia sociale”.

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