web tax
Ph. Imagoeconomica

Una nuova tassa del 6% sul fatturato. E l’obbligo per banche e carte di credito di segnalare tutte le transazioni all’Agenzia delle Entrate. Troppa ambizione per la Web tax all’italiana?
«Una tassa su quanti estraggono ricavi miliardari dall’Italia, fatturando da paradisi fiscali, senza pagare imposte grazie alle possibilità offerte dalle tecnologie digitali. Un privilegio che distorce la concorrenza con le imprese italiane, che le imposte le pagano, e che erode la base imponibile con quale lo Stato paga ospedali, scuole, giustizia, sicurezza. La Web tax è ormai doverosa e agli intermediari finanziari assegna un compito sostenibile», risponde Massimo Mucchetti, presidente PD della commissione Industria del Senato, primo firmatario dell’emendamento alla manovra che introduce la Web Tax.
«Per capirci, nel 2016 Google ha estratto dall’Italia ricavi stimati in 2 miliardi, ma ne ha dichiarati 90 milioni pagandone meno di 5 per imposte. Google non è l’eccezione, ma il caposcuola».

Quali di questi giganti pensate di colpire con la nuova norma?
«Google, Facebook, Booking, Apple, Expedia, Airbnb e altri che, offrendo servizi pienamente dematerializzati, eludono il fisco. Non vogliamo colpire nessuno, ma riportare un po’ di decenza».

Servizi dematerializzati, quali sono?
«Quelli che utilizzano piattaforme e applicazioni digitali, che hanno magazzini virtuali e raccolgono dati personali, ma sarà il ministero dell’Economia a definirli con suoi decreti, aggiornandone l’elenco al variare delle tecnologie».

Li obbligherete a dichiarare la stabile organizzazione in Italia?
«Istituiamo intanto un’imposta del 6% sulle transazioni digitali: le imprese italiane clienti delle multinazionali del web la trattengono sulle fatture e la versano al Fisco. Al tempo stesso gli intermediari finanziari dovranno segnalare all’Agenzia delle Entrate tutte le transazioni verso questi colossi. Quando un soggetto non residente supera in un semestre le 1.500 operazioni per almeno 1,5 milioni di euro, l’Agenzia lo convoca per verificare se opera attraverso una stabile organizzazione. Se dal confronto emerge che la stabile c’è, il non residente redigerà un bilancio normale dichiarando il reddito d’impresa. Diversamente, subirà il prelievo del 6%. Se Google attribuisse alle attività italiane il pro quota del suo consolidato, pagherebbe 150 milioni. Con l’imposta sui ricavi 120. È una pura esercitazione, naturalmente. In pratica, giocheranno i transfer price».

Quante chance ha questa Web tax di essere approvata?
«Per la prima volta da tre-quattro anni, sono ottimista. Abbiamo l’appoggio del gruppo Pd del Senato, preannunciato da Giorgio Santini. Uno dei firmatari è Luigi Marino, di Ap. Quest’iniziativa si sposa con le parole nuove di Gentiloni. Una svolta da sostenere anche da parte delle opposizioni».

Quale gettito vi aspettate? In Parlamento si sono accesi appetiti bipartisan…
«A regime non mi stupirei se si superasse il miliardo, ma non subito: ci vorrà tempo. Per il 2018 sarei prudentissimo. E non litigherei su come spendere un tesoretto tutto da costruire».

Quanto è forte questa norma? Plausibile che sia contestata in sede Ocse o Ue?
«Intercetta entrambi gli orientamenti di chi vuole smuovere Ocse e Ue, è costruita per ridurre al minimo le possibilità di contenzioso e, se del caso, per difenderci al meglio. Il governo per primo ne è consapevole quando afferma la necessità di imprimere una spinta politica e quando accetta che un’iniziativa parlamentare proietti l’Italia all’avanguardia in questa battaglia di equità».