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Ministro Boccia, vorrei chiederle se è pronta la legge quadro sull’autonomia differenziata ma forse, in questi giorni tesi, è più attuale capire se ci sarà un governo per realizzarla.

«La proposta di legge c’è risponde Francesco Boccia, ministro degli Affari regionali e l’Autonomia ma non mi sottraggo alla domanda. Il governo gialloverde quando è caduto lo scorso agosto era già tecnicamente morto perché composto da due forze politiche strabiche, che pensavano e facevano cose diverse…»

Adesso di forze strabiche ne abbiamo quattro, però.

«No. Ero e resto convinto che democratici e cinquestelle, ma il ragionamento vale anche per i compagni di Leu, abbiano simili valori, visioni sociali e culturali del Paese: è naturale tradurle in una medesima politica. La sfida è questa. Altrimenti è chiaro che il governo non c’è».

Mi sa che la sfida la state perdendo.

«Non dobbiamo seguire la polemica del giorno per giorno. Certo, Renzi deve prendere atto che non può fare il Pierino. Lui è convinto che gestire il potere porti consenso e che il dire sia più importante del fare. Anche Salvini la pensa così sulla supremazia della comunicazione. Ovviamente comunicano cose molto diverse ma la folgorazione da social è simile. Liberi di farlo; ma chiedo semplicemente a Renzi e a tutti i parlamentari di Italia Viva di portare rispetto verso gli elettori del Partito democratico, perché sono nelle istituzioni grazie ai voti del Pd. Ma, non me ne voglia Renzi, non è lui il problema».

E chi lo è?

«Il nodo vero è il rapporto con i Cinquestelle, prima forza in Parlamento. L’insofferenza di Di Maio verso la ricerca di un sentire comune deve essere risolta».

Da chi, da Conte?

«Va risolta dai Cinquestelle e quindi dallo stesso Di Maio».

Non teme per il Pd la sorte del Ps francese, come pronostica Renzi?

«Non ci penso proprio. Abbiamo elettori migliori di noi che ci mettono alla prova e ci cambiano se non siamo all’altezza, siamo un partito che nell’assemblea di Bologna dimostrerà che si può cambiare senza tradire le proprie radici».

Dando spazio al web?

«Anche. Sono stato tra i primi a proporre l’iscrizione digitale, grazie alla quale avremmo evitato episodi dolorosi come quelli di Napoli».

La democrazia rappresentativa però è in crisi ovunque in favore di leader-padroni. Non rischiate di fare una battaglia bella e impossibile?

«Tema serissimo, lo so. Lo abbiamo visto con Trump e con la Brexit. E la crisi passa per Parigi come per Barcellona, sia nei confronti dei gilet gialli, sia delle pulsioni della Catalogna è assente la capacità di dare una risposta politica. Proprio per questo il Pd in Italia è necessario. Un Pd attuale, con le sezioni, i tablet e gli smartphone».

A proposito di risposte, come se ne esce con l’Ilva?

«C’è stata una gara e la si rispetta. Ho già detto che l’offerta migliore dal punto di vista della visione industriale non era quella di ArcelorMittal, che aveva già più di una dozzina di stabilimenti in Europa, ma quella di AcciaItalia. Purtroppo Calenda ha fatto una scelta diversa e Di Maio ha firmato il contratto. Ma adesso quel contratto va rispettato. Altro che 5mila esuberi, che poi sono 6.900 se si considerano i 1.900 già assorbiti dall’amministrazione straordinaria. E comunque io penso che Mittal stia solo trattando sulla pelle dei lavoratori e che non abbia ancora deciso di andar via. Vedo una tattica indecente e il tempo dirà se mi sono sbagliato o meno».

C’è anche il tema dello scudo penale…

«Quello tolto dal governo di cui faceva parte Salvini? Lo approviamo domani mattina, se necessario. Ma c’è poco da trattare. O ArcelorMittal conferma gli impegni presi nel contratto oppure Conte ha tutto il nostro appoggio nell’essere conseguente e reagire. Gli indiani non stiano un giorno in più a Taranto, si torni all’amministrazione straordinaria, si nomini un manager dall’eccellenza siderurgica mondiale e si prepari una nuova gara. Vedrete che i competitori ci saranno».

Torniamo all’autonomia, Zaia e Fontana la accusano di voler perdere tempo con la storia della legge-quadro.

«I tempi li sto rispettando. Ho appena inviato la mia proposta di testo alla Conferenza delle Regioni e il 15 novembre ho convocato una Stato-Regioni straordinaria per ascoltare le risposte dei governatori. Poi il testo andrà in Parlamento con tempi vincolati alla legge di Bilancio».

Cosa contiene il disegno di legge?

«Sono solo due articoli. Il primo prevede norme di garanzia nell’attuazione di tutti i principi della riforma costituzionale del 2001. È una tutela necessaria, una sorta di cintura di sicurezza per i territori rimasti indietro nelle infrastrutture e nei servizi e che devono avere una corsia privilegiata nell’assegnazione di risorse. Nel secondo articolo si prevede la nomina di un commissario di governo con i poteri per raccogliere ed elaborare i dati necessari a definire i Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni sui diritti civili e sociali da garantire ovunque sul territorio nazionale».

I quali costano, però. Almeno 3 miliardi di euro.

«La loro attuazione sarà graduale. Ma se a fine anno avremo la legge-quadro, subito dopo definiremo gli accordi con ciascuna Regione. Peraltro non per tutte le materie oggetto di differenziazione sono indispensabili i Lep perché a volte le Regioni chiedono soltanto funzioni amministrative. Attenzione alle parole: li chiamo accordi perché poi dopo il voto del Parlamento diventeranno intese».

Accordi, intese, sembra la differenza tra zuppa e pan bagnato…

«I termini in materia costituzionale sono importanti. Gli accordi saranno inviati alle commissioni parlamentari per una valutazione di merito. E alle bicamerali Affari regionali, Federalismo e tutte quelle di riferimento per le materie trattate. Ciascuna commissione darà un parere che conterrà, in sostanza, gli emendamenti. A quel punto si accoglieranno le modifiche per approvare l’intesa con il voto finale».

Chi sarà il commissario dei Lep? Pensa a figure tecniche come Salvatore Bilardo o Biagio Mazzotta?

«Aspettiamo la legge. Però, certo, non penso a un politico ma a un tecnico di altissimo profilo che fa già questo lavoro».

I tecnici hanno prodotto anche assurdità come gli asili nido zero al Sud o disabili che valgono meno se sono residenti in Campania o in Calabria.

«Lo so bene, ma non c’era indirizzo politico e mancava una legge quadro che invece in questo caso garantisce tutti. Per i Comuni il federalismo è stato attuato in modo distorto anche a causa della spesa storica. Ho chiesto al presidente dell’Anci Decaro di segnalarmi tutte le cose da correggere».

Restando al merito, se Zaia e Fontana insistono nel voler gestire la scuola cosa si fa?

«La scuola resta statale. Però i presidenti di Regione potranno decidere alcune cose di buon senso che chiedono. Per esempio le soglie di studenti per classe per evitare che chiudano alcuni plessi. In alcuni casi chiudere una scuola significa chiudere un piccolo comune».

Se fissano una soglia bassa, poi gli insegnanti in più li deve fornire lo Stato, o no?

«Lo Stato fa i concorsi. Ma gli insegnanti in più se servono e vanno in aree del Nord come del Sud in ritardo di sviluppo lì sostiene lo Stato, altrimenti i costi aggiuntivi come è giusto che sia li finanzieranno le stesse Regioni».