Imagoeconomica

Lei è governatore dell’Emilia-Romagna e presidente della Conferenza delle Regioni. Pensa che un processo di riforma così importante come l’autonomia meriterebbe maggiore trasparenza, visti gli impatti che avrà sull’intero territorio nazionale?

 

«Distinguerei i piani – risponde Stefano Bonaccini -. Su scala regionale, penso nel nostro caso all’Emilia-Romagna, fin dall’inizio il dibattito è stato molto intenso e fecondo. In particolare con gli enti locali, con sindacati e associazioni di categoria, col terzo settore, con le camere di commercio e le università: c’è stato un percorso di condivisione costante nel tavolo del Patto per il Lavoro che riunisce tutte queste istanze e la condivisione è molto forte. E lo stesso con le forze politiche dell’Assemblea legislativa: non è un caso che tutte le deliberazioni siano state poi assunte senza voti contrari di maggioranza e opposizione. Se invece il riferimento è al dibattito nazionale concordo: mi sarei aspettato più attenzione da parte dei media e un investimento più collettivo da parte del governo, che almeno fino al Consiglio dei ministri di ieri non c’era stato. In compenso riconosco di aver trovato nella ministra Erika Stefani un’interlocutrice costante e determinata e di questo la ringrazio».

L’autonomia differenziata è in Costituzione e quindi è legittima. Ma la Costituzione va attuata tutta. È d’accordo che si può partire con l’autonomia solo dopo che saranno definiti per ciascuna materia i livelli essenziali delle prestazioni da garantire lungo tutta la penisola?

 

«C’è un ritardo oggettivo sia sui livelli essenziali di assistenza e prestazioni, sia sui costi standard. Credo che il percorso possa essere avviato avendo come primo riferimento la spesa storica, ma il ritardo va recuperato. Confido che sia proprio l’attuazione del regionalismo differenziato a obbligarci a colmare alcune di queste lacune».

 

Il tema risorse è decisivo. Già nell’accordo Emilia Romagna-Governo del 28 febbraio 2018 si diceva che i fabbisogni standard vanno conteggiati anche in proporzione ai tributi maturati nel territorio. Tradotto vuol dire che uno studente residente in un’area ricca ha un maggiore fabbisogno di istruzione di uno studente residente in un’area a bassa capacità fiscale. Da emiliano può farle comodo, ma da italiano le sembra accettabile?

 

«Non c’è alcuna volontà di premiare le regioni più ricche e non c’è alcun diritto naturale o legale per un ragazzo di ricevere di più o di meno in base al territorio di nascita. C’è al contrario la necessità di ripartire oneri e risorse tra lo Stato e la singola Regione in modo razionale e condiviso, facendo riferimento anche alle condizioni oggettive di partenza. Vorrei però muovere una contro-obiezione di principio: davvero oggi lo Stato sta garantendo gli stessi diritti ai cittadini? È un elemento perequativo nella distribuzione delle opportunità? Ho ripetuto mille volte che non farò mai una battaglia per un euro in più ma, al contrario, per la definizione di costi standard e per la programmabilità delle risorse».

 

Però il suo collega Zaia chiede per il Veneto i nove decimi delle tasse maturate nel territorio in modo da ridurre il residuo fiscale. La stessa regola porterebbe 4,5 miliardi in più all’anno in Emilia-Romagna.

 

«Distinguerei tra suggestioni e percorsi reali in corso. Come ho detto, l`obiettivo è lavorare su un riparto con riferimento ai costi standard, non ai residui fiscali. Sta scritto nelle pre-intese».

 

Il Sud non si fida dei fabbisogni standard. Li abbiamo visti applicati nei servizi comunali con gli zeri assegnati ai comuni privi di asili nido nonostante la legge ponesse il target al 33%. L’autonomia può essere l’occasione per correggere l’albero storto del federalismo?

 

«Credo che occorra definire parametri riproducibili in prospettiva per tutte le Regioni, avendo a riferimento diritti universali da un lato e la qualità della gestione dall’altro. Le due cose si tengono quando parliamo di servizi alle persone e alle imprese».

 

È vero che l’autonomia avrà una durata a termine e potrà essere revocata?

 

«L’intesa preliminare parla di 10 anni e non può essere “revocata” ma rinegoziata. Lo scopo non è quello di permettere allo Stato di “ritirare” quanto riconosciuto, ma di misurare gli effetti concreti delle scelte che si vanno a compiere, la sostenibilità dei costi, l’efficacia dei processi decisionali o l’efficienza dei procedimenti amministrativi. È una reciproca garanzia tra Stato e Regione».

 

La sua Regione ha chiesto tra le materie l’istruzione. Come immagina la Scuola Autonoma dell’Emilia-Romagna?

 

«La immagino più capace di programmare gli organici e gli investimenti, anzitutto, facendo affidamento su risorse certe nel tempo. Può sembrare poco ma è il cuore della questione in uno Stato refrattario alla programmazione, alla stabilità, alla certezza. Si badi che noi non abbiamo chiesto né il trasferimento degli insegnanti, né la regionalizzazione del reclutamento, perché riteniamo cruciale il valore di una pubblica istruzione nazionale. Né ci sogniamo di violare l’autonomia scolastica. Io voglio una scuola che funzioni bene, non una scuola emiliano-romagnola»