Stefano Bonaccini
Stefano Bonaccini

Presidente Bonaccini, oggi incontrerà a Bologna la ministra Stefani: mi sembra che l’autonomia si stia incanalando su di un binario morto.

«Mi auguro di no. C’è stata un’accelerazione nell’ultimo mese e alcuni passi avanti. Certo, registriamo anche resistenze molto forti e ora il goveno è alla prova della verità: questa settimana dovrà dirci se si arriva davvero all’intesa o se prevarrà la conservazione. Prova della verità che riguarda l’intera maggioranza, Lega e M5S».

 

Il rischio è che venga fuori un’autonomia annacquata rispetto all’accordo che lei, Maroni e Zaia avete sottoscritto 11 28 febbraio scorso, che di fatto prevede che le Regioni si tengano nona parte dei soldi delle tasse?

«Intanto chiariamo un punto: per quanto riguarda l’Emilia-Romagna, il tema del residuo fiscale non è mai stato sul tavolo. Chiediamo invece di poter gestire direttamente in Emilia-Romagna le risorse necessarie alle competenze che vorremmo, 15 sulle 23 possibili, soldi che lo Stato spende già oggi: non vogliamo un solo euro in più. La compartecipazione alle imposte non è in discussione, mentre il quanto sarà ponderato rispetto alle materie e ai costi effettivamente trasferiti. Casomai si tratta di capire quali competenze  e funzioni ci accorderà lo Stato. Faccio presente che alcune funzioni non sono affatto significative dal punto di vista della spesa, ma sono tuttavia dirimenti per la sburocratizzazione o l’autonomia programmatoria. Penso alla valutazione di impatto ambientale o al riordino della govemance territoriale: non costano un euro, ma sono elementi qualificanti del progetto dell’Emilia-Romagna. Vedremo cosa ci risponderà il governo».

 

E partita una campagna contro l’autonomia: chi sono i nemici più determinati: grillini, burocrati, meridionali?

«Io credo che il primo nemico sia una scarsa informazione. Peraltro, si parla dei tre progetti di Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia come fossero un tutt’uno, a riprova che manca la conoscenza del merito. Credo sia un problema anzitutto nostro fare uscire un’informazione più puntuale e corretta sul tema: lunedì, ad esempio, terremo un seminario a Bologna, insieme alle parti sociali e agli enti locali, per entrare più nel merito. Chi ha letto la nostra proposta non può avere alcun timore».

 

Ammettiamolo, l’autonomia danneggia il Sud…

«È una sciocchezza. Il nostro progetto non toglie nulla alle altre Regioni. Per me, tanto l’unità nazionale quanto la solidarietà tra territori sono principi inviolabili. Il progetto dell’Emilia-Romagna è pienamente riproducibile per le altre Regioni e costringe l’intero sistema a dotarsi di fabbisogni standard e livelli essenziali di prestazioni. Lo può temere solo chi vuole l’opacità della spesa pubblica o nella nella gestione della cosa pubblica».

 

Lei però ha un problema rispetto ai suoi colleghi lombardo e veneto: il Pd, il suo partito, non spinge verso l’autonomia. Perché? Non è nel dna della sinistra?

«Forse, astraendoci dai territori, sarebbe meglio dire che l’autonomia non è molto nel dna del Paese. Viceversa, c’è una forte tradizione autonomistica nella cultura laica e cattolica dell’Emilia-Romagna, fatta di buon governo locale, partecipazione civica e sussidiarietà. Non ha nulla a che fare, per intenderci, con spinte separatiste o egoismo sociale che pure circolano sotto la pelle di una parte della società». In autunno si vota in Emilia: senza autonomia il PD perderà la sua roccaforte? «Non mi pare che la sfida per una maggiore autonomia regionale rappresenti un elemento che darà o toglierà consenso in sé nella nostra Regione. È piuttosto la Lega che rischia di pagare un prezzo se, dopo anni di annunci roboanti, non arriveranno risposte sull’autonomia. Parliamoci chiaro: le resistenze dei ministeri di cui ho parlato sono molto trasversali e riguardano entrambe le forze politiche della maggioranza di governo».

 

Il primo partito in Emilia è la Lega: come mai?

«Saranno gli elettori tra meno di un anno a decidere quale sarà il primo partito. La Lega ha certamente molto consenso, qui siamo al Nord e la crescita impetuosa della Lega ha coinciso con la crisi del Pd. Ma ho già vissuto altre stagioni in cui sembravano imminenti avanzate inesorabili e travolgenti, salvo poi registrare altro. Si voterà per le regionali, non per chi guiderà il Paese o un singolo comune. Siamo da quattro anni la prima regione per crescita, export, tasso di attività e la disoccupazione è scesa dal 9 al 5,9%. So che non basta, ma so anche che molli emiliano-romagnoli non amano le avventure. Vedo sicurezza e boria in molti dirigenti leghisti, annunciano che prenderanno la regione, ma una regione non la si prende perché non è proprietà di nessuno. Semmai la si prova a governare se si è capaci. Io lascio dire e continuerò a fare quello che ho fatto dal primo giorno quattro anni fa: stare in mezzo alla persone, sul territorio da mattina a sera e provare a dare risposte ai problemi.

 

Ma lei si trova meglio con i grillini o i leghisti, tipo Zaia e Fontana, con i quali sta facendo la battaglia per l’autonomia?

«Distinguerei senz’altro i piani. Zaia e Fontana sono due colleghi con cui condividiamo una parte di lavoro che va anche oltre l’autonomia. C’è un’ottima collaborazione, personale e istituzionale, che ovviamente non impegna politicamente. Penso per esempio a ciò che stiamo facendo nella Conferenza delle Regioni, di cui sono presidente. Viceversa, Lega e M5S sono le due forze che reggono l’attuale governo: quando mi confronto con l’esecutivo nazionale non faccio distinzione di partito».

 

Perché la Lega mangia voti a M5S?

«Perché sta esercitando un’egemonia culturale su un partito, il M5S, che si è caricato di enormi contraddizioni non avendo un profilo e una identità forti. C’è però un problema anche per il Pd: se non torna a essere un’alternativa efficace è evidente che non può intercettare i voti dei delusi del M5S, che non sono pochi, o di chi si è rifugiato nell’astensione, e mi riferisco non solo a elettori di sinistra ma anche a moderati che non si riconoscono nella destra sovranista».

 

Dall’Emilia rossa ci dica: siamo un Paese fascista?

«No, viviamo in un Paese democratico. Le pulsioni fascistoidi non mancano e i segnali di regressione civile che registriamo quotidianamente dovrebbero preoccuparci. Ma credo che la società italiana disponga anche degli anticorpi per reagire».

 

Che futuro vede per il suo Pd?

«Non bisogna esaltarsi quando le cose vanno bene, non bisogna disperarsi quando vanno male. Salvini è un avversario, ma come non riconoscergli un grande merito: ha preso la Lega al 4%, per tutti i commentatori finita, e l’ha portata ad essere oggi in tutte le rilevazioni il primo partito italiano. Questo deve farci capire che non dobbiamo mollare. E d’altra parte si sa come la penso: non basterà il Pd, da solo, a poter essere alternativa a chi governa. Serve mi nuovo campo di forze, che costruiscano un nuovo contenitore riformista e progressista, a partire dalle prossime elezioni europee. Per questo ho sottoscritto il manifesto di Carlo Calenda».