Per primo in Italia, precedendo anche il premier Giuseppe Conte, ha firmato un’ordinanza che dà una risposta definitiva sullo sport ai tempi dell’emergenza coronavirus, un tema che negli ultimi giorni ha diviso gli italiani. Il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, oltre a chiudere i parchi nella Regione che guida, ha vietato tutto: jogging, passeggiate, lunghe «gite» con il cane, giri in bici. Si sta vicini alla propria abitazione e ci si sposta solo per motivi improrogabili. Punto.

 

Bonaccini, ha fatto un’ordinanza che non lascia spazio a interpretazioni. Lei vorrebbe venisse estesa a tutto il Paese?

«Sono ancora troppi quelli che si spostano senza vere necessità. Credo serva qualche altra misura restrittiva, cosa che il Governo sta valutando di fare: non possiamo rischiare per colpa di alcuni irresponsabili».

C’è chi ha criticato il provvedimento, invocando principi di libertà personale.

«Sono pronto ad accompagnare chi dice di non poter rinunciare a rare jogging in uno dei nostri reparti di terapia intensiva, e tutto gli sarà più chiaro. Ci sono donne e uomini sottoposti a cure pesanti, diversi purtroppo muoiono, ma dietro i numeri che leggiamo ogni giorno ci sono delle persone. Per me le persone non saranno mai numeri».

 

Ha messo ulteriori paletti anche alle attività commerciali.

«Abbiamo chiuso bar e tavole calde nelle aree di rifornimento carburanti dentro i centri urbani. Ripeto: bisogna restare in casa».

 

Qualche giorno fa Medicina, nel Bolognese, è diventato territorio off limits. Verranno create altre «zone rosse» in Emilia-Romagna?

«Le zone rosse le crea il governo. Abbiamo chiuso Medicina di fronte all’evidenza dei dati sul numero anomalo di contagi e sulla base di pareri medico-scientifici. Ma è un’area circoscritta, quindi gestibile. Abbiamo province dove la situazione è critica: Piacenza, Rimini, Parma. Stiamo valutando ulteriori misure restrittive, in particolare nel Riminese, ma non parliamo di zone rosse».

 

In Emilia-Romagna sta reggendo il sistema sanitario?

«Sì, grazie in primo luogo al lavoro straordinario di medici, infermieri, operatori. E a una capacità di programmazione che ci ha permesso di definire un piano regionale che mette a disposizione di tutti i territori fino a 3.100 posti letto ordinari e 513 in terapia intensiva. A questi si aggiungono ulteriori posti resi disponibili dalla sanità privata».

 

Ha già detto che, passata l’emergenza, servirà un dibattito serio sulla sanità pubblica. Cosa pensa si debba fare?

«Il sistema sanitario pubblico è un patrimonio nazionale, su cui bisogna investire di più. E i 4 miliardi in più sul Fondo sanitario nazionale per il 2020, frutto dell’intesa fra governo e Regioni, sono un segnale importante: la strada è questa ed è obbligata».

 

C’è chi ha accusato governo e Regioni di aver incentivato troppo le privatizzazioni nella sanità.

«In Emilia-Romagna abbiamo difeso e investito nella nostra sanità pubblica, anche di fronte a chi proponeva il modello opposto. Quanto ai privati, in questa emergenza stanno collaborando: valgono per loro le regole del pubblico, a partire dal dover differire ogni prestazione non urgente. Non è questo il momento delle differenze, serve unione e il contributo di tutti».

 

Nonostante le restrizioni per l’emergenza coronavirus, in molti, tutti i giorni, stanno andando al lavoro, mettendo a rischio la propria salute. Come pensa di intervenire su questo tema?

«Governo e parti sociali hanno firmato un accordo per garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro. Va fatto rispettare, punto. I luoghi di lavoro dove non è garantita la sicurezza vanno chiusi finché non si determinano condizioni opposte. Come Regione noi aumenteremo i controlli».

Con le scuole cosa pensa si debba fare? Quando è ipotizzabile una riapertura?

«Andranno riaperte solo quando potrà essere garantita la tutela della salute di bambini, ragazzi e lavoratori, non altro».