Stefano Bonaccini
STEFANO BONACCINI Presidente Regione Emilia Romagna / Ph. Raffaele Verderese / Imagoeconomica

Ma com’è questa storia dei dibattiti? Chi non li vuole fare davvero?

«La mia avversaria – spiega il governatore Stefano Bonaccini – tace. Tutte le emittenti locali ci chiedono da settimane un confronto, ma lei non risponde (ma è di ieri la notizia che il 22 ci sarà un faccia a faccia su Etv, mentre oggi c’è la consueta tribuna elettorale in Rai ndr). Io ci sono, e lo ripeto ancora: facciamone uno in ogni tv, da Piacenza a Rimini, per dare modo ai territori di conoscere i candidati e i loro programmi. Viceversa, non credo rifiuterà confronti sulle tv nazionali, perché il suo problema è evidentemente non parlare di Emilia-Romagna, che non conosce. Ma il 26 gennaio si vota proprio per la regione: da una parte ci sono io, che presento le cose fatte in questi 5 anni e le proposte per il futuro; dall’altra non c’è Borgonzoni ma Salvini, che vuole mandare a casa il governo Conte. Solo che a casa ci tornerà lui il giorno dopo il voto e qui non lo vedremo più».

 

Una parte della giunta Guazzaloca, l’unico centrodestra vincente a Bologna, voterà per lei. Pensa di intercettare il voto dei moderati?

«Sento molta apertura di credito da parte del mondo moderato. Da un lato perché fatica a riconoscersi in una destra sovranista e spesso su posizioni estreme, ben lontane da quel civismo che Guazzaloca seppe interpretare già 20 anni fa qui a Bologna; dall’altro perché trova sintonia sulle cose fatte e da fare con noi. A loro non ho chiesto un’adesione ideologica a sinistra, cosa che sarebbe innaturale, ma di trovarci sui progetti per il nostro territorio».

 

La vera partita però è un’altra: lei può avere il voto della classe dirigente ma la sfida è in provincia, nei paesini dove la Lega va forte, in mezzo al popolo che votava Pci e ora sceglie Salvini.

«Io vengo da Campogalliano, non sono un uomo della Ztl. Nei piccoli comuni, in Appennino e nelle aree interne io vado da 5 anni, mentre né Borgonzoni né Salvini sapevano dove fossero, prima di questa campagna elettorale. Lo sforzo più grande lo abbiamo fatto proprio per le fasce popolari della società: dall’abolizione del superticket al bus gratis per lavoratori e studenti pendolari abbonati al servizio ferroviario regionale; dall’abbattimento delle rette del nido fino al contributo per l’affitto alle famiglie in difficoltà. Non abbiamo alzato di un centesimo le tasse e adesso le abbiamo addirittura ridotte di quasi tipo milioni l’anno proprio a favore dei redditi medio bassi e delle imprese della montagna. A queste misure ho proposto di aggiungerne altre per potenziare i servizi educativi e sanitari di prossimità, per sostenere il commercio anche nei centri minori, per sostenere i comuni nella manutenzione delle strade e per sbloccare i piccoli cantieri».

 

I Cinque Stelle hanno deciso di schierare un candidato che potrebbe toglierle voti preziosi. Farà un appello a quell’elettorato invitandolo allo splitting?

«Io sono il presidente in carica e mi rivolgo a tutti gli elettori. Si vota per il governo dell’Emilia: con una croce si può scegliere direttamente la figura del presidente, con l’altra il partito o il movimento di appartenenza. Non mi sento migliore della mia avversaria, ma siamo profondamente diversi e alternativi, per storia e per cultura, per esperienza di governo e per competenza. Né credo che D er molti elettori dei 5 Stelle sia la stessa cosa se a prevalere sarò io o la destra sovranista».

 

È opinione diffusa che con una vittoria della Lega cadrà il governo, lei ci crede? Il partito della stabilità tifa per lei, gli altri per la Lega. Questa situazione la favorisce o l’avrebbe evitata volentieri?

«È un falso problema: davvero qualcuno pensa che se si indeboliscono le forze che in questo momento governano, il giorno dopo sarà loro interesse andare al voto politico anticipato? Da tre mesi spiego che questo è un bluff della destra per non parlare di EmiliaRomagna. Siamo una grande regione, si vota per il governo dell’Emilia-Romagna, meritiamo rispetto».

 

C’è qualcosa che la preoccupa per il finale di campagna elettorale?

«Vedo che la destra sta alzando ogni giorno di più i toni. Fino a dieci giorni fa, pur senza avanzare proposte per il territorio, si limitavano a criticare la mia amministrazione, definendola buona ma insufficiente. Adesso sparano a zero dicendo che qui non c’è libertà né democrazia. Figuriamoci, siamo la regione del Paese che sta crescendo di più. E poi noto gli attacchi violenti personali: ogni giorno di più le mie pagine social sono prese d’assalto da picchiatori da tastiera che insultano sul piano personale. Mi sbaglierò, ma credo che anche in questo la destra stia commettendo un errore: agli emiliano-romagnoli non piacciono le risse e i toni troppo alti, siamo gente mediamente educata e pragmatica, qui conta guardarsi negli occhi in una discussione e magari una stretta di mano alla fine».

 

Lei ha scelto di darsi un profilo autonomo nella campagna rispetto al Pd. E stata una scelta concordata con il segretario Zingaretti?

«Abbiamo convenuto di non cadere nel tranello della destra: loro hanno tutto l’interesse a non discutere del buongoverno dell’Emilia, lo hanno addirittura scritto in un vademecum per loro candidati».

La prima cosa che farà da presidente, se vince, e la prima che farà se perderà?

«Se vincerò le elezioni chiamerò tutte le parti economiche e sociali, come 5 anni fa, per sottoscrivere insieme un nuovo Patto per il Lavoro che metta al centro l’occupazione di qualità. Se perderò andrò a sedermi tra i banchi dell’opposizione. Provate a fare la stessa domanda alla mia avversaria».