SERGIO CHIAMPARINO
SERGIO CHIAMPARINO

Rompere a sinistra anche a livello territoriale «significa non capire che dopo il 4 marzo viene il 5. Nelle giunte che ho guidato come sindaco di Torino e oggi come presidente del Piemonte non mancavano differenze su singoli aspetti. Vi garantisco che si possono superare». L’appello di Sergio Chiamparino all’unità della sinistra è nel nome del pragmatismo.

Chiamparino, com’è pensabile che la sinistra possa vincere divisa in Lazio e in Lombardia?
«È noto che alle regionali vince la coalizione più larga con il candidato che ha più consenso. Dovrebbe essere ovvio per tutti. Come dire che quando piove ci si bagna se non si apre l’ombrello. Di conseguenza l’unica certezza è che divisi si perde».

L’obiezione è che non sì può arrivare uniti alle urne se si è in grave disaccordo sui programmi…
«Certo, è necessaria una coerenza programmatica. Ma posso dire, per esperienza personale, che le differenze programmatiche a sinistra sono meno grandi e insuperabili di quel che si pensa».

Lei come le ha superate?
«Ho fatto l’alleanza con quella che allora si chiamava la sinistra radicale sia in Comune sia in Regione. E questo, nonostante io venissi considerato nello stesso Pci un ipermoderato, quasi un destrorso».

Però sui programmi non avete mai avuto grandi divergenze. O no?
«Grandi divergenze? Erano temi molto divisivi come si dice oggi. Lei sa che cosa vuol dire governare una giunta di centrosinistra nella regione della Tav?».

Come avete fatto?
«Abbiamo trovato la mediazione politica, rispettando chi aveva opinioni diverse tra di noi ma mantenendo fede al programma che privilegiava la realizzazione delle infrastrutture. Abbiamo vinto le elezioni e penso che stiamo governando bene il Piemonte».

Qual è la ricetta?
«Si trova un’alleanza se si eliminano le pregiudiziali personali».

In Lombardia non va così.
«Confesso che mi stupisce. Non è che in questi anni in quella Regione abbiamo assistito a scontri feroci a sinistra. A Milano anzi mi pare che sia stato sperimentato con successo un modello che tiene insieme le diverse anime».

La divisione in Lombardia pare insanabile. Quali effetti può avere a livello nazionale?
«Negativi. I territori servono spesso a mantenere fili di dialogo a sinistra. Quando a Roma c’era il pentapartito Pci e Psi guidavano insieme importanti città. Se si rompono anche questi fili, diventerà più difficile ricucire anche a livello nazionale. Perché rischia di scattare dappertutto la logica per cui il tuo avversario più pericoloso è in realtà quello più vicino a te. Una vecchia e pessima abitudine della sinistra».

Forse è pure conseguenza della “vocazione maggioritaria” di un Pd che ha pensato di bastare a se stesso. Non trova?
«Anche Veltroni fece una coalizione. Io penso che il sistema maggioritario sia il migliore ma oggi dobbiamo prendere atto che siamo in un sistema proporzionale. In ogni caso non ho mai immaginato un partito pigliatutto. Penso a un partito che raccoglie molti consensi e che ha intorno altre e diverse forze politiche».

Renzi dice: “L’importante è che il candidato premier sia del Pd”. Anche lei pensa che in caso di vostra vittoria il premier possa non essere Renzi?
«Quando si conteranno i voti si vedrà se il Pd sarà il primo partito. Se sarà così, toccherà al Pd fare il governo. E dovendo pensare a un governo di coalizione sarebbe inevitabile trattare con altri. Quello che ha detto Renzi è molto chiaro».

Quale maggioranza immagina con il Pd?
«Personalmente non farei coalizioni con il centrodestra».

Si ricandiderà il prossimo anno in Piemonte?
«Ho detto che non mi candido più, per nulla. Per ragioni di anzianità politica e anagrafica. A una certa età non ti puoi più impegnare in una istituzione. Viene il momento in cui è saggio lasciare. Meglio accorgersene cinque minuti prima che vengano a chiedertelo».