SERGIO CHIAMPARINO
SERGIO CHIAMPARINO

Come parole chiave ha scelto credibilità ed esperienza. Ma questa campagna elettorale per restare presidente della Regione l’ha iniziata con l’irruenza di un giovane. È sceso in campo senza aspettare il suo partito ed oggi è al centro di uno scontro quasi quotidiano con il fronte no Tav del governo. Sergio Chiamparino compierà 71 anni a settembre e oggi a Torino presenterà il suo manifesto del sì con tanti sindaci piemontesi. Il sì è l’altro tema chiave. Partito dalla piazza apolitica di Torino dove migliaia di persone erano unite dalla voglia di dire sì alla Tav e al futuro.

 

Sulla Tav si parla spesso di fake news, sarà una campagna elettorale inquinata dalle fake?

«Non c’è inquinamento. Sarà una campagna elettorale fatta di scelte. Io porto avanti scelte per ricollocare Torino e il Piemonte su vette più avanzate della cre scia. So anche io che la Tav non è un progetto nuovo ma è stato radicalmente rivisto nel 2011. E lo abbiamo modificato in base alle esigenze del territorio. Prima era una Lyon-Milano che passava attraverso Venaria oggi è un progetto che coinvolge appieno Torino sia per la parte merci che per quella passeggeri».

 

Per lei è futuro?

«Nel 1800 lo fu l’energia idraulica, poi i grandi gruppi industriali ora sono gli assi di logistica a decidere il futuro dei territori». La sanità è un altro campo di battaglia. «Se si misura la qualità della sanità dal numero dei posti letto si hanno ospedali che non tengono conto che la cura della persona è il settore dove è più alto e più rapido il tasso di innovazione. Guardare ai posti letto senza altre valutazioni vuol dire guardare al passato. Parco della salute dovrà essere un modelle di tecnologie, implementato continuamente da centri di ricerca e laboratori che fanno innovazione. Questo non risolve tutti i problemi della sanità ma non lo fanno neanche i posti letto. Anche perché le cure a domicilio sono sempre in maggiore crescita e ai posti letto ci sono alternative».

 

La giunta precedente definiva la sanità un fallimento e i numeri lo confermavano. Come ne siete usciti?

«Eravamo commissariati e anche sulle assunzioni eravamo contingentati. Ora siamo tra le migliori regioni italiane. È bastato introdurre l’obbligo di approvare i consuntivi anno su anno e sono venute fuori risorse che rimanevano nascoste nelle pieghe dei bilanci. Così siamo ripartiti con le assunzioni e per ridurre le liste d’attesa aumentare il personale è fondamentale. Ora possiamo fare investimenti come Parco della Salute, come la Città della Salute di Novara, come l’ospedale unico del Vco o Moncalieri. C’è poi da completare Verduno che era finito su un binario morto, così abbiamo tirato fuori noi 50 milioni per far ripartire tutto. Un progetto a cui stiamo particolarmente dietro».

 

Il problema dei conti non riguardava solo la sanità

«Siamo partiti con 7 miliardi di disavanzo su un bilancio di 11 miliardi ora siamo scesi a sei più in fretta rispetto ai tempi imposti dalla Corte dei conti. Ce l’abbiamo fatta mettendo in campo una risorsa preziosa che è la credibilità . Non farò uno stucchevole elenco di cose fatte. Ma abbiamo ridato credibilità al servizio pubblico ed è questa la parola chiave dal Bilancio, al Turismo, all’Agricoltura, alla formazione professionale».

 

Perché c’è bisogno di un manifesto del sì. C’è un no da fermare?

«Ci sono tanti imprenditori che innovano e si sbattono quotidianamente in tutti i campi. Il sistema invece rallenta. In questo non aiuta il comportamento del governo. Un pezzo del governo ha il no fisso su temi chiave per il Piemonte, l’altro pezzo guarda di più al Nord Est perché lì ha le su radici. Così il Piemonte rischia un isolamento».

 

E così i sì Tav scendono in piazza…

«Il sì è diventato fortemente identitario. In tutto il Piemonte da Perosa Argentina al Filadelfia mi dicono che questa Tav s’ha da fare. Tutti hanno capito che non farla vuol dire far finire il Piemonte in un angolo».

 

Parliamo di sicurezza. Lei da sindaco, in una Torino molto più difficile di questa, ha cercato di dare sicurezza senza usare la paura. Si può ancora fare?

«Se abito in piazza Foroni e nel mio condominio siamo tutti di Cerignola e cresco in quell’ambito. Poi mi ritrovo nello stesso palazzo a essere l’unico di Cerignola, l’unico italiano, questo genera smarrimento. Bisogna dare segnali, arginare la paura ma mai cavalcarla. In questo bisogna coinvolgere tutti gli attori del territorio. Da sindaco andavo a fare un giro senza scorta ma con il comandante dei carabinieri. Per conoscere, per parlare, per dare un segnale. Snobbare le paure è sbagliato, crearle per farle diventare uno strumento di governo ancora di più Perché la paura divide e crea germi di rottura nella società».

 

Lei ha scelto di essere candidato prima dei partiti, quasi fuori da partiti. E oggi presenta il suo manifesto.

«L’ho fatto perché mi sento responsabile nei confronti del progetto Piemonte. Ma anche oggi ribadisco che dopo aver tirato la volata sono pronto a lasciare spazio a qualcuno o a qualcuna che ha più gamba di me. Ad agosto non potevo dire “non ci sono più” perché avrei fatto crollare quanto costruito. Penso che l’unico mondo per ricostruire la sinistra o il centrosinistra sia partire dai territori. Affermare come vincenti alcune esperienze del territorio vorrebbe dire offrire riferimenti importanti per un soggetto politico nuovo o rinvigorire quello precedente».

 

Ma il suo partito fatica a trovare valori unificanti….

«Il messaggio che il Pd continua a dare è di essere un partito che guarda al suo interno in modo litigioso e sospettoso. Gli uni contro gli altri. Una malattia. Che poi rende difficile guardare all’esterno. Così oggi l’arena politica è circoscritta alle due forze di governo».

 

Scommesse sul futuro?

«Il settore biomedicale e l’intelligenza artificiale. Io credo che possa essere una strada e credo che già in fine legislatura possiamo dare indicazioni e stimoli per fare diventare il Piemonte un punto ri riferimento».

 

Un rammarico. O due?

«Finpiemonte. Abbiamo perso mesi a provare a farla diventare banca accorgendoci tardi che per motivi che dipendono anche dalle cronache giudiziarie non si poteva fare. Eppure avevamo investito su persone che erano considerate punti di riferimento non solo dalla politica».

 

Il grattacielo?

«Il rammarico è non aver potuto trasferire i dipendenti, non aver potuto traslocare. Ma ci auguriamo di finire entro la legislatura. Quando ci sono fallimenti intrecciati è tutto molto complicato».

 

La Cuneo-Asti?

«Non mi sento responsabile, è una grande incompiuta perché si vuole che resti così. Se avessero preso la delibera di Del Rio e l’avessero portata al Cipe sarebbe partito tutto. Non lo hanno fatto».

 

E il referendum del Vco?

«È stato utile, ci ha fatto accendere i riflettori su un’area che aveva bisogno di attenzione. Non abbiamo fatto nulla in funzione del referendum ma abbiamo imparato che per quel tipo di area l’autonomia è importante»