Ministro, a metà ottobre si parlava di una Legge Quadro per l’autonomia differenziata delle Regioni entro fine anno: ci conferma le tempistiche?

“Confermato, la legge è pronta. Ho inviato la bozza alla conferenza delle regioni, aspettiamo da loro valutazioni e interventi migliorativi. Non abbiamo nessuna intenzione di perdere un minuto di tempo. Quindi dopo il passaggio con le regioni la presenteremo alle camere e contiamo di approvarla in parlamento nella sessione di bilancio”.

È un tema su cui si può giocare di sponda anche con forze dell’opposizione come La Lega.

“Il governatore Zaia ha bocciato la prima bozza… È mio dovere ricercare l’intesa con tutte le forze politiche così come è dovere di tutte le forze politiche non sottrarsi al confronto. Penso sia giusto lavorare insieme su meccanismi che garantiscono, attraverso l’intervento dello Stato, la perequazione automatica tra le diverse aree del Paese. Dalle infrastrutture ai servizi. Si scrive autonomia, ma si legge sussidiarietà. Se diventa lotta senza quartiere alle diseguaglianze e impegno collettivo a ricucire i ritardi di sviluppo che sono presenti non solo al sud, ma anche tra nord e nord, allora avremo fatto il nostro dovere, tutti insieme. Zaia ha detto che entrerà nel merito e ci risponderà. Noi siamo in attesa dei contributi di merito”.

Lei ha definito questi provvedimenti una sorta di cintura di sicurezza all’interno del Titolo V della Costituzione…

Esattamente. Una cintura che metta in sicurezza le aree del Paese che sono rimaste indietro. È un errore parlare soltanto delle differenze tra nord e sud: esistono tra centro città e periferie, tra aree interne e di montagna con le zone più sviluppate. Se noi mettiamo in sicurezza le aree meno sviluppate, allora dal giorno dopo possiamo partire con il firmare le prime intese con le regioni. Le trattative tra i tecnici del ministero e le delegazioni trattanti sono riprese a ritmi serrati. Approviamo la legge quadro in parlamento e poi possiamo partire”.

Quali sono le principali urgenze del suo dicastero?

“Se guardiamo oltre l’autonomia differenziata, io ho trovato un numero spropositato di leggi regionali da impugnare. Le Regioni legiferano 800-900 provvedimenti l’anno: impugnarne da 100 a 120 l’anno non è più tollerabile. Serve un norma condivisa con le regioni per diminuire il contenzioso, rafforzando la fase preventiva. Una menzione a parte merita la tutela delle minoranze, a partire da quelle linguistiche, molto presenti sul nostro territorio; e poi i comuni di montagna, le isole minori, i territori di confine che hanno esigenze diverse rispetto agli altri comuni e necessitano attenzione e monitoraggio costante”.

Avete siglato nelle scorse settimane un accordo con la Regione Sardegna da 2,1 miliardi che lei non ha esitato a definire storico: ci spieghi perché.

Dopo anni di attesa per i cittadini sardi è stato un accordo storico, per questo motivo ringrazio anche il viceministro Misiani per il lavoro fatto insieme. Ha un valore ancora più importante perché in un clima politico di conflitto permanente si è solo guardato al merito e non al colore politico dei protagonisti. Sarebbe stato facile prendere tempo, rimandare la firma solo perché il presidente della Sardegna è un esponente di uno schieramento avversario, ma non sarebbe stato corretto per i cittadini della Sardegna che da anni aspettavano risposte”.

C’è però un’altra regione, oltretutto quella da cui lei proviene, che vive momenti difficili a causa dell’affaire Ilva: vogliamo fare un breve riassunto delle puntate precedenti?

“Sono stato contrario all’offerta di ArcelorMittal fin dal primo momento per ragioni industriali. È agli atti la mia accesa discussione con Calenda: sono sempre stato convinto che l’azienda consideri Genova e Taranto come delle semplici “bandierine” da esibire sullo scacchiere europeo. E ora appare tutto più evidente. C’era un’altra cordata, più italiana, di cui facevano parte Cdp, oltre che Jindal e Arvedi, che era pronta ad affrontare il tema della decarbonizzazione, argomento che per Mittal è un taboo. La verità è che alla società con sede in Lussemburgo interessavano le quote di mercato nel nostro Paese”.

Ora che siamo arrivati allo showdown, qualcuno è pronto a coinvolgere qualche altra cordata. Basti pensare, ad esempio, ai due Matteo, Salvini e Renzi…

“I politici devono fare le leggi, strumenti efficaci che abbiamo, ma che non stiamo impiegando. ArcelorMittal, con un atto unilaterale, ha fregato la Repubblica italiana non volendo rispettare un contratto firmato 18 mesi fa. Questa è una cosa inaccettabile. Ne va della credibilità del nostro Paese e bisogna per forza reagire”.

Parla di nazionalizzazione dell’acciaio?

“E perché no? Stiamo parlando della produzione di un materiale fondamentale per tante industrie. Quando il mercato fallisce tocca allo Stato, indipendentemente dal fatto che questo significhi rilevare una quota del 10 o del 100%”.

L’Ilva è anche un terreno minato per la tenuta della maggioranza: come va con i 5 Stelle?

“Se l’esperienza rimane tale solo a livello nazionale e non diventa organica, franerà tutto. Questa non è una soluzione tampone contro i nazionalismi emergenti che proliferano non solo in Italia ma anche, ad esempio, in Spagna. L’alternativa a una sinistra inefficace, incapace di portare avanti istanze progressiste è una destra, non i “Macron bonsai” che qualcuno vorrebbe portare in Italia. Chi non lavora per questo schieramento fa un favore ai sovranisti. Ma serve amore per portare avanti questo matrimonio, non basta l’interesse. E ci vuole coraggio, cosa che mi auguro Di Maio abbia. Abbiamo tanti punti di contatto, dalla società alle tematiche ambientali, ma è necessario continuare a remare in una direzione comune anche in Europa, unica vera casa possibile per il nostro Paese”.

A proposito di tematiche ambientali, l’introduzione di tasse come quella sulle merendine o sulla plastica rischia di farvi perdere consensi…

“Vorrei ricordare ai professionisti di Twitter e degli slogan facili che se ogni giorno paghiamo insegnanti e forze dell’ordine, illuminazione stradale e ospedali è grazie al fatto che gli italiani perbene pagano tanto. Per ridurre la pressione fiscale è evidente che bisogna che tutti si impegnino, furbastri compresi. Non siamo Dracula, ma chi non versa le imposte approfitta di servizi che pagano gli altri. Non è normale e non è giusto. Poi, siccome siamo entrati in un’altra fase della dimensione sociale e, in ultima analisi, dell’umanità, che porta le istanze ecologiche ad avere un peso, è bene iniziare a puntualizzare alcuni argomenti fondamentali: facendo una media aritmetica, ogni anno ognuno di noi produce 7,4 tonnellate di anidride carbonica. Ma è, appunto, una media: c’è chi ne produce tantissima e chi per nulla. Tassare prodotti che sono riconosciuti come inquinanti non è una cattiva idea, anzi”.