GIORGIO GORI - Foto: Stefano Scarpiello / Imagoeconomica
GIORGIO GORI - Foto: Stefano Scarpiello / Imagoeconomica

E adesso, Giorgio Gori, come andrà avanti?
«Tirando dritto. Continuando, come abbiamo già iniziato a fare da tempo, ad andare in giro per la Lombardia, a parlare con la gente. Anche con molti elettori di Liberi e uguali che, a differenza dei dirigenti, hanno capito che qui c’è in gioco qualcosa di molto importante, che va al di là della stessa sfida regionale. Qui in ballo c’è il futuro di un modello politico, quello della Lega, che non è più un partito, ma almeno tre: c’è la Lega tradizionale di Maroni, quella xenofoba e lepenista di Salvini e ci sono i mille rivoli dei fuoriusciti che si richiamano in modo ancora più deciso alle origini di Bossi. C’è un’esplosione in corso nel centrodestra: è un vantaggio per noi ed è soprattutto l’occasione per chiudere una pagina nazionale. Purtroppo non è stata colta».

Dopo gli appelli al partito, quindi, ne farà uno direttamente agli elettori di Leu?
«Non ce ne sarà bisogno. Ricevo costantemente espressioni di disappunto per le scelte che stanno facendo. Davvero quella lombarda è una partita fondamentale che vale più della regione abitata da un sesto della popolazione italiana. Ecco, mi dispiace che i dirigenti di Leu, evidentemente offuscati dall’odio per il Pd, non lo abbiano voluto capire».

Come giudica la decisione di correre da soli con un loro candidato presidente?
«Guardi, in coscienza ho fatto tutto ciò che andava fatto senza mai avere risposte. Anzi, ho sentito ragioni via via sempre diverse: prima la mia candidatura non era condivisa; poi, c’era il fatto che, forse, Renzi si candidava in Lombardia; adesso sarebbe colpa dello slogan (“Fare, meglio” ndr) che non esprime abbastanza discontinuità con il passato. La verità è che, sull’unico punto che dovrebbe contare per misurare le vicinanze, il programma, nessuno ha cercato un confronto. Anche su quello ho spalancato la porta e continuo a credere che su ambiente, diritto allo studio, lotta alla povertà, non ci sia nessuna distanza. Anzi. Evidentemente hanno pesato di più altre ragioni».

Quella porta, però, l’ha ricevuta ufficialmente in faccia. Perché Zingaretti sì e Gori no?
«Perché magari dovevano evitare di passare per i “signor no” a tutti i costi. Ma, certo, la scelta nel Lazio rende ancora più incomprensibile quella lombarda. La realtà è che qui c’è Attilio Fontana, la controfigura bonaria di Salvini, e noi stiamo a discutere delle virgole».

Può essere stato considerato troppo “renziano” o può aver influito il suo passato in Mediaset?
«Certo, Mediaset… Vent’anni fa… Ricordo solo che Campo progressista mi ha chiesto un’unica cosa, il confronto sulle idee. E ora lavoriamo insieme».

Come successe a Milano a Beppe Sala, magari, non la avvertono come un candidato “abbastanza di sinistra”?
«È lo stesso esame del sangue che mi hanno fatto a Bergamo quando mi sono candidato come sindaco e che ho superato andando in giro, circolo per circolo, strada per strada».

In passato ha detto: «Come presidente della Lombardia meglio Formigoni di Maroni». Quello può aver influito, oggi pronuncerebbe ancora lo stesso giudizio?
«Ho sempre considerato Formigoni un avversario politico e non ho cambiato idea. Ma se uno dice che con Maroni la Regione è peggiorata dice la verità. Adesso comunque quel confronto non ha più senso. Fuori Maroni, c’è Fontana. E la sfida è tutta da giocare».

A proposito di Matteo Renzi: domani sarà a Milano insieme a lei, il ministro Carlo Calenda, il sindaco di Milano Sala. Quanto lo cercherà in questa campagna elettorale? Il suo avversario con tutta probabilità avrà interesse a trasformare la sfida lombarda in una nazionale e in questo momento la popolarità dell’ex premier non è certo quella del Pd al 40 per cento delle Europee del 2014.
«L’unica difficoltà di questo election day sarà proprio far emergere i temi regionali e le tante pecche di Maroni su cui abbiamo molto da dire senza che vengano schiacciati dalla partita nazionale. Per il resto, qualsiasi leader nazionale, non solo del Pd, che verrà, sarà ben accetto».

Quindi non teme di farsi affondare da Renzi?
«No».

La possibilità di riunire il centrosinistra in Lombardia allora finisce qui?
«La possibilità di unire tutti gli elettori del centrosinistra non finisce certo qui, no. Ce la portiamo nelle urne del 4 marzo».

Dopo il passo indietro di Roberto Maroni tra i suoi si respirava la sensazione che la partita si fosse riaperta. Per i sondaggi, però, anche con Fontana lei è sempre indietro. Pensa ancora di farcela? E perché?
«Quello che so è che qualche settimana fa i sondaggi mi davano indietro di dieci punti, poi di sei, adesso di cinque. C’è una progressione che corrisponde a quello che percepisco tra la gente. Non ho mai nascosto che questa è una partita complicata, ma ci sono tutte le condizioni per poter passare in vantaggio».