Senatrice Teresa Bellanova, brindisina, già viceministro dello Sviluppo Economico, sul «caso trivelle» ha affermato: «Se avessero voluto veramente bloccarle, avrebbero potuto farlo». D’accordo, ma come?

 
«Chiariamo il meccanismo: le aziende hanno presentato richiesta di esplorare il nostro mare. Alcune di esse avevano ricevuto il Via dal Ministero dell’Ambiente ma, a norma vigente, i fascicoli devono trasferirsi al Mise per l’autorizzazione definitiva».
 

E lì cosa è successo?

 
«Il fascicolo arriva nel settembre 2017. Io invitai la Direzione generale dell’energia a costituire una commissione di esperti per valutare se la tecnica scelta dalle imprese, cioè l’air-gun, fosse compatibile con il rispetto dell’ambiente. E se ci fossero alternative o altri strumenti utilizzabili».
 

Risultato?

 
«La commissione ha lavorato sei mesi producendo una relazione che suggeriva alle imprese una serie di adempimenti che ne avrebbero, di fatto, appesantito il compito».
 

Questo accade ad aprile. Poi le elezioni, il cambio di governo, l’arrivo di Di Maio. Ma il fascicolo che fine ha fatto?

 
«L’ho lasciato a chi è venuto dopo, cioè Di Maio. Ha trovato tutto il lavoro fatto, tutti i dati pronti per una valutazione seria. Se avesse voluto dare seguito a quanto promesso in campagna elettorale con la sua amichetta Lezzi, avrebbe dovuto semplicemente cambiare la norma con un decreto legge, dichiarando l’utilizzo dell’air-gun non consentito in Italia. Non solo non l’ha fatto, ma ha fatto di peggio…».
 

Cioè?

 
«Ha scaricato la colpa sui funzionari del ministero che hanno materialmente firmato le autorizzazioni. Un’operazione truffaldina e inqualificabile. La politica non dovrebbe mai scaricare le colpe sui sottoposti che non possono far altro che conformarsi alle norme vigenti. Sarebbe stato sufficiente che Di Maio dicesse: non firmate perché a me serve un ulteriore approfondimento. In 60 giorni avrebbe chiuso la partita».
 

Superiamo il passato. Ora cosa potrebbe fare il governo?

 
«Chiedere scusa ai territori e ai cittadini che in buona fede hanno creduto alle loro promesse».
 

Più operativamente, c’è chi propone l’esercizio dell’autotutela, cioè il blocco dei procedimenti amministrativi

 
«Certo, si può fare ma si va incontro ad un contenzioso in cui le imprese, probabilmente già mobilitatesi dopo le autorizzazioni, potranno vantare solide ragioni. Ecco perché Di Maio, oltre ad essere un bugiardo, rischia anche di produrre danni tangibili».
 

Il presidente della Regione, Michele Emiliano, impugnerà le autorizzazioni al Tar. Una buona mossa?

 
«Farlo è nella disponibilità delle regioni ma non si risolve il problema».
 

A proposito del governatore, il suo idillio con i M5S sembra essersi interrotto. Una presa d’atto o una operazione politica secondo lei?

 
«Emiliano ha scaricato innanzitutto il suo partito verso il quale non ha mai avuto parole di buon senso. E ha assecondato gli atteggiamenti da pagliacci dei M5S. Non so se li ha scaricati lui o se sono loro a non esserselo mai caricato. L’unico risultato è che questi anni ci restituiscono una Puglia indebolita e presa in giro».
 

Sta meditando di scendere in campo per le Regionali del 2020?

 
«Guardi, vale quello che ho detto per le primarie nazionali del Pd: voglio dedicarmi alla buona politica, dalla prima o dall’ultima fila. La corsa all’incarico mi fa venire l’orticaria».
 

Nessuna indicazione per la Regione, quindi?

 
«Sulla Regione posso dire una cosa: Emiliano ha rivalutato il Jobs Act. Se ha nominato capo dell’Arpal un ex sottosegretario al ministero del Lavoro del governo Renzi, vuol dire che giudica quella riforma positivamente. Altrimenti si tratterebbe di puro trasformismo».