«Non cederò ad alcuna provocazione, chi lo farà riceverà da me sempre l’altra guancia. Questo è il momento di guardare al futuro e alle prospettive del Paese nella sua inviolabilità». Francesco Boccia, neoministro degli Affari regionali, affronta il nodo dell’Autonomia rafforzata chiesta dalle Regioni più ricche, Lombardia e Veneto soprattutto, con spirito costruttivo ma senza arretrare di un millimetro sul presupposto che lo Stato deve restare indivisibile. «Andrò io stesso ad incontrare i presidenti delle Regioni del Nord, senza mai contrapporre propaganda a propaganda. Metterò i numeri sul tavolo, come ho sempre fatto nella mia vita», spiega.
 

Si ripartirà dalla mediazione del premier Conte nel precedente governo, con lo stop cioè alle richieste di regionalizzare la scuola che la Lega non ha gradito?

 
«Si riparte dal primo punto d’incontro che era stato trovato quando si era su posizioni politiche opposte, proprio sulla scuola tra il presidente Conte e il governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini. Io penso che sia necessario sottrarre il tema dell’autonomia impositiva dalla propaganda politica. Lo dico perché non è giusto né corretto per gli italiani, oltre che un grave errore politico per chi lo fa. Quel progetto in realtà era già naufragato nello scorso governo, nel senso che le considerazioni e le valutazioni di molti ministri M5S avevano di fatto chiuso il confronto. Ricordo bene cosa prevedevano le prime bozze: ripartizione su base regionale delle risorse per la cassa integrazione, dei fondi per l’edilizia scolastica, di quelli per ricerca e sviluppo e del Fus, il Fondo unico per lo spettacolo. Tutte cose sbagliate che avrebbero frammentato ulteriormente il Paese».
 

Ma il nuovo governo da dove concretamente vuole riaprire il dossier dell’Autonomia rafforzata?

 
«Da un’idea diversa. Dal pieno rispetto cioè della Costituzione che parla dei livelli essenziali delle prestazioni che noi dovremo garantire indipendentemente dal ceto e dal censo. Il Sud da questo punto di vista ha molto da dare perché è in grado di dimostrare in ogni momento che ci sono tanti Sud che ce l’hanno fatta. Ma da soli perché l’Alta velocità qui è arrivata solo al 16% e la quota del 34% per le spese ordinarie dei ministeri al Sud non è mai stata rispettata».
 

Adesso lo potreste fare.

 
«Certo, ma è importante mettere fine alla narrazione che parla di risorse sprecate nel Mezzogiorno. Se ripartiamo da “cosa ha avuto chi” rischiamo di scoprire cose che poi non reggono: noi abbiano giurato sulla Costituzione e dobbiamo fare in modo che tutte le Regioni si tengano per mano».
 

Come si svilupperà il nuovo iter della riforma?

 
«La strada resta quella istituzionale, senza alcun dubbio. Ascolterò tutti, andrò come detto personalmente nelle Regioni che hanno svolto anche consultazioni popolari sull’argomento, e poi i luoghi del confronto ci consentiranno di tirare le somme: mi riferisco in particolare alla Conferenza Stato-Regioni e a alla Conferenza unificata».
 

Ma un governo a trazione meridionale non rischia di innescare una sorta di questione settentrionale?

 
«No, spero di no, non avrebbe molto senso. Ci sono alcune questioni che riguardano i meridionali e i settentrionali nella stessa misura. La carenza delle infrastrutture per i trasporti ad esempio colpisce soprattutto il Mezzogiorno ma anche tante aree del Nord, così come il tema delle diseguaglianze e la necessità di tenere aperte le scuole a tempo pieno riguarda entrambe le aree. Mai come adesso chi soffia sul fuoco della contrapposizione Nord-Sud sbaglia. Io vedo un Sud come quello di Digithon, qui a Bisceglie, fatto di giovani che non chiedono il permesso se vogliono fare una cosa, che pretendono il 5G dovunque, che sono stanchi della propaganda politica e chiedono azioni moderne. Non li possiamo ignorare e francamente la discussione tra me e il governatore Fedriga del Friuli Venezia-Giulia rischia di essere ridicola di fronte alle attese di questi ragazzi che hanno superato qualsiasi confine e qualsiasi filo spinato e ci chiedono di essere all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte».
 

Ma perché avete preso di mira la legge anti-migranti del Friuli? Un segnale politico e basta?

 
«Noi abbiamo fatto solo rispettare la legge, quella norma del Friuli era palesemente contro le norme. Tutto qui. Quella norma non garantiva lo stato di diritto tant’è che lo stesso governatore Fedriga mi ha scritto che l’avrebbe cambiata».
 

Ma con tanti ministri meridionali il Sud spera nella svolta troppe volte disillusa.

 
«Il divario si riduce se si condivide l’attuazione dei livelli delle prestazioni uguali per tutti. Scuola, servizi sanitari, trasporti ma tutto questo avviene se unisci la programmazione economica nazionale a quella comunitaria. Non puoi garantire certi servizi se poi non hai i binari per far arrivare i treni. La sfida è chiara: non si riparte dal passato perché altrimenti non sapremmo di quale passato parlare e metterci a cercare colpe e responsabilità ci porterebbe lontano dal vero obiettivo: garantire un futuro ad un Paese che chiede di essere tenuto insieme».