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Ministro Francesco Boccia, qual è il bilancio del suo primo tour tra le Regioni che vogliono l’Autonomia differenziata?

 
«Ho parlato con i governatori di Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia. Ma il mio giro d’Italia continuerà: ci sono nodi da sciogliere».
 

Veneto e Lombardia, a guida Lega, sono stati gli incontri più complicati si può immaginare.

 
«Occorre distinguere. L’incontro in Veneto con il governatore Zaia è stato costruttivo, non mi aspettavo in nessuna Regione un confronto facile. Ma a tutti ho fatto una premessa».
 

Quale?

 
«Se il percorso dell’Autonomia si è arenato nello scorso governo è evidente che ci sono problemi reali che non dipendono da me. Stessa cosa in Lombardia. Se per 14 mesi ci sono state le sabbie mobili un motivo ci sarà o no?».
 

Il problema sono le richieste hard del Nord che rischiano di spaccare il Paese.

 
«Ai governatori ho detto: la Costituzione va attuata tutta. Non solo la parte sull’Autonomia ma anitaliache quella sulla perequazione. Vanno rispettati i parametri già decisi dal federalismo fiscale, voluto dal centrodestra per le Regioni a statuto ordinario».
 

D’accordo, ma cosa propone per superare lo stallo e non attirare su di sé la rivolta del Nord?

 
«Propongo il capovolgimento del ragionamento. Bisogna ripartire dai livelli di assistenza che devono essere uguali per tutte le Regioni. Serve appunto una cornice unica, in modo che ci sia un paracadute per tutte le Regioni. Ecco perché, con il ministero dell’Economia, inizierò a brevissimo un lavoro sui Lep. Definiti i parametri sotto i quali non bisogna andare, sono pronto a correre con l’Autonomia».
 

Ma il Sud reclama più risorse: come si può diminuire il divario già esistente?

 
«La nostra proposta è quella di costruire un fondo pluriennale di perequazione. Sul Mezzogiorno, inoltre, ci sarà il lavoro del ministro Provenzano, volto a rimuovere le diseguaglianze. Va fatto un ragionamento capillare distinguendo anche le singole aree delle Regioni. Come ho spiegato in Veneto, Rovigo e Belluno, non sono Padova e Venezia. Dunque non bisogna sostituire lo statalismo assistenziale con quello regionale».
 

Lei ha trovato una sintesi con l’Emilia-Romagna solo perché è un’amministrazione a guida Pd, il suo partito, che fra tre mesi andrà al voto? Spingere sul modello emiliano è un modo per far rientrare dalla finestra le richieste di Veneto e Lombardia?

 
«No, non è così. L’idea del governatore Bonaccini è semplice: sburocratizzare e accelerare le pratiche. Ma io punto a trovare un’intesa che comprenda anche il Veneto».
 

Sarà difficile.

 
«Ma la sfida è proprio questa».
 

In Lombardia con Fontana ci sono state tensioni: lo strappo è vicino?

 
«Mi auguro proprio di no. Ma se ci sono stati problemi con la scuola vorrei ricordare al presidente che il ministro competente fino a poco tempo fa era della Lega. Quindi o era colpa sua o c’erano dei problemi reali. Ma non posso sfasciare lo Stato, se il problema sono gli insegnanti allora faremo nuovi concorsi».
 

Con la Lega sarà una guerra aperta.

 
«Non è così, con Zaia ho trovato punti di contatto, per esempio».
 

Fontana potrebbe strappare, e lei darebbe poteri al Comune di Milano?

 
«Questo lo dice lei. Di sicuro a breve metteremo le mani anche sulle città metropolitane».
 

A partire da Roma?

 
«Certo, i poteri passeranno anche da qui per la Capitale con più fondi per le periferie».
 

Visto che di fatto l’Autonomia ricomincia da capo: entro quando si arriverà a una sintesi?

 
«Entro la fine della legislatura».
 

Ovvero il 2023?

 
«Quello sarà il termine, ma se tutti accettano regole condivise si può andare di corsa. L’Autonomia è un’opportunità per tutte le Regioni».