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Dice il ministro degli Affari Regionali Francesco Boccia di «sentirsi a casa con i M5S: stesse idee su ambiente, giustizia sociale, sviluppo». E che per questo la notizia dell’accordo in Umbria non può che essere un «ottimo inizio, un’esperienza da riproporre anche nelle altre regioni: il governo nazionale non è un freddo contratto ma un’intesa di idee che si può riproporre in tutti i territori».
 

Come?

 
«Innanzitutto chiamando le cose per quello che sono. Bisogna riconoscere al M5S un passaggio storico per chi aveva sempre rigettato ogni alleanza».
 

Diventerà però più difficile altrove, come in Campania o in Puglia dove ci sono governatori di centrosinistra uscenti.

 
«Questo è il momento di rilanciare, non certo di quello dei veti. Esiste una maniera comune di pensare il mondo. Ora è necessario scendere dal piedistallo e smettere di considerare gli altri come usurpatori, evitare quel riflesso incondizionato che ci porta a dire: eravamo meglio noi, la nostra generazione, la nostra parte. È il tempo di trovare nei giovani, nella società il nostro futuro. Voglio dire: l’esperienza di Michele Emiliano aveva anticipato i temi di questo governo nazionale. Non possono esserci pregiudiziali».
 

In un’intervista a “Repubblica” Pier Luigi Bersani chiede di andare oltre il Pd. Che ne pensa?

 
«Lo dico con il massimo dell’affetto per Pier Luigi, ma penso che il momento storico abbia dimostrato come invece il Pd sia necessario come non mai. In questa crisi è stato la barra stabilizzatrice della democrazia. E sono costretto a dire che, in riferimento alla loro scissione, avevamo ragione noi: era un errore. Quando ci si trova in minoranza in un partito è peccato gravissimo cercare la scorciatoia e uscire. È necessario, e so di cosa parlo per essere stato all’opposizione interna per anni, invece parlare, se necessario gridare per far sentire le proprie ragioni. Lo stesso discorso vale oggi per Renzi: la loro scelta di uscire dal Pd è stata incomprensibile».
 

Come ministro ha anche la delega alle Autonomie. Oggi incontrerà i primi governatori del Nord, Zaia e Bonaccini. Domani sarà a Milano da Fontana. Andrà a dire che l’autonomia differenziata è un progetto da mettere nel cassetto?

 
«No. Andrò ad ascoltarli con la Costituzione sotto il braccio. Per spiegare da cosa il Governo si farà guidare. Io penso che l’autonomia non debba essere usata, come in parte è stato fatto da alcuni fino a oggi, come un manganello. Non è la rappresentazione di una bugia, gli efficienti contro gli spreconi. L’autonomia è sussidiarietà. È un nuovo modello sociale».
 

Ieri Landini ha apprezzato questa sua interpretazione delle cose.

 
«E sono contento, perché le parti sociali devono essere dentro questo discorso. Ma non butteremo tutto quello che è stato fatto. Penso al lavoro fatto dal governatore Bonaccini con il presidente Conte dal quale ripartiremo. Il punto è: fissiamo minimi livelli di assistenza su alcuni temi. Scuola, chiaramente, sanità, infrastrutture. Rispettati quelli, ogni Regione può poi muoversi in autonomia. Ma non prima. Questo sistema premia le giuste richieste delle regioni del Nord. Ma rientra nel principio alla base di questo governo: la lotta alle diseguaglianze. Tra Nord e Sud, certo. Ma anche tra Sud e Sud e Nord e Nord dove esistono situazioni diverse».
 

I governatori leghisti non la prenderanno bene.

 
«Ho scelto di andare nei loro territori, e non convocarli a Roma come si era sempre fatto, non per forma ma per sostanza. Voglio ascoltarli, ho il taccuino vuoto. Sono pronto a ricevere le migliori indicazioni e a cambiare anche idea. Ma, sia chiara una cosa: non sarà possibile spostarsi di un centimetro dalla Costituzione. Tutta».