SERGIO CHIAMPARINO
SERGIO CHIAMPARINO

«Sono pronto a dar vita a un`alleanza trasversale che vada al di là dei simboli di partito per la rinascita del Piemonte. Credo ci siano le condizioni per costruire un`intesa politico sociale su alcuni temi strategici per la nostra regione».
Sergio Chiamparino interviene nel dibattito innescato dal presidente della Camera di Commercio di Torino sul «Piemonte terra di nessuno» e lancia una proposta in vista delle prossime regionali.

Chiamparino, pensa a una riedizione di “Alleanza per Torino”?
«Quello può essere un modello cui ispirarci. Come allora chiedo agli imprenditori, ai rappresentanti del mondo sociale e accademico di mettersi attorno a un tavolo e decidere quali sono i temi strategici per il Piemonte. Sicuramente la Tav, ma non solo. Penso alla ricerca, all`innovazione. Ma anche a temi sociali come la casa e gli asili nido. Temi già noti ma che hanno bisogno di passi avanti concreti».

Ed è pronto a guidare questo schieramento?
«Io ci sono, pronto a fare il mio dovere. Come il frazionista di una staffetta che non si ferma sino a quando non deve passare il testimone. Ma prima che sui nomi vorrei che ci si concentrasse sui temi. Mi pare che sia emerso un sentire comune per il rilancio del Piemonte. Allora troviamoci e buttiamo giù un elenco di quel che serve».

Condivide quel che dice Ilotte: il Piemonte è in declino?
«No. Si parla di declino quando gli indici sono negativi. Non è il nostro caso. E` vero invece che il Piemonte cresce meno delle altre regioni più importanti. Per fare un esempio riflettiamo quel che accade all`Italia in Europa. Il Pil aumenta ma meno rispetto agli altri Paesi. Così per noi. Cresciamo, ma meno degli altri».

Colpa della politica, come sostiene Giusepe Provvisiero presidente dei costruttori piemontesi. E` così?
«Sicuramente come politici abbiano una parte di responsabilità. Mi ci metto anch’io. Quando è andata in crisi la Fiat, Torino ha perso la sua capacità attrattiva. Non è più stata un baricentro dell`economia. E infatti si sono persi molti centri direzionali. Non solo nel campo dell`industria. Forse si doveva fare di più nel passaggio da company town a città con più vocazioni. Ma anche l`industria avrebbe potuto e dovuto fare di più. Invece ha perso alcune delle sue aziende simbolo finite in mani straniere. C`è comunque un primo segnale di inversione di tendenza con Intesa, che ha scelto Torino come sede del nuovo polo assicurativo».

Come si può invertire la rotta?
«Decidendo alcune priorità. Per questo rilancio l`idea di mettere insieme a un tavolo voci diverse della società per individuare i temi su cui concentrarci in vista delle prossime regionali. Perché credo che debba uscire da qui la ricetta per la rinascita del Piemonte. Noi in questi quattro anni abbiamo risanato la Regione. Un merito riconosciuto anche dalla Corte dei conti. Ora serve andare oltre. Con l’impegno di tutti. Una volta creata l’alleanza su una strategia si potranno anche scegliere le figure che meglio la possano rappresentare. Sempre per tornare ad Alleanza per Torino mica si era partiti da Valentino Castellani. Si è arrivati al suo nome alla fine di un percorso condiviso».

Non pensa che i partiti si metteranno di traverso?
«Non c’è alcuna intenzione di escluderli. I partiti vanno benissimo. Ma quello che ho in mente, soprattutto quello che serve al Piemonte oggi, è sparigliare lo schieramento tripolare che propone l’attuale fase politica. Per passare dal risanamento alla rinascita serve un contributo più ampio, che coinvolga tutti. Detto questo, preciso che non c’è alcuna idea di fare un “En marche” macroniano in bagna cauda».

Qual è il rischio più grosso che corre il Piemonte?
«Che sia marginale rispetto alle politiche di questo governo. Lo dicono alcuni fattori oggettivi. La Lega, con buona pace del capogruppo alla Camera Molinari, è a trazione lombardo veneta. Guarda più a Nord Est che a Nord Ovest. La composizione della squadra del governo lo dimostra. I grillini, che soffrono la leadership di Salvini, cercano di usare la leva delle infrastrutture per smarcarsi. Di qui la mossa di sventolare la Tav come bandiera ideologica. Chiaro che in un simile quadro il Piemonte appare più vulnerabile».

Non crede, invece, che il Piemonte sia finito sotto tiro? Anche la rapidità con cui il consiglio dei ministri ha dato il via libera al referendum per il Verbano che vuole passare alla Lombardia non è un segnale di guerra?
«Non li faccio così fessi. La rapidità sulla data della consultazione nel Verbano ha sorpreso gli stessi promotori del referendum. Ripeto: le ragioni di disinteresse verso il Piemonte sono quelle che ho esposto prima. Ci aggiunga una certa mancanza di rispetto istituzionale che tradisce un neocentralismo amicale. Non saprei come spiegare diversamente il fatto che a 70 giorni da una lettera ufficiale come presidente della Regione al ministro delle Infrastrutture per chiarimenti sulla Asti-Cuneo e altre opere che non sono la Tav, non è ancora arrivata una risposta. Tanto che sono pronto a lanciare dopo Ferragosto una sorta di count down sui social per misurare i tempi di risposta dello staff di Toninelli. Capisco che i Cinque stelle tendano a parlare solo con la loro tribù, ma ci sono dei passaggi istituzionali che vanno comunque rispettati».

E’ dispiaciuto che tocchi al Piemonte sperimentare la volontà di staccarsi di una sua provincia?
«Senza dubbio è un pezzo di regione importante, significativo. Fondamentale per quanto riguarda i numeri del turismo in Piemonte. Ma come ha anticipato il mio vice Aldo Reschigna, che è di quelle parti, come istituzione non faremo campagna elettorale. Ci limiteremo a dare dei numeri, che dimostreranno che la Regione non ha certo dimenticato il Vco e che finire con una regione più ricca non garantisce automaticamente più risorse. Detto questo, il referendum nel Verbano potrebbe creare un precedente non da poco nelle aree di confine».

Ilotte, nel richiamare i politici piemontesi a un maggior impegno, ha sottolineato come lei sia rimasto da solo a difendere il Piemonte. E così?
«Avendo un ruolo politico mi ci si nota di più. Ma su un tema chiave come la Tav i parlamentari piemontesi si sono mossi e mobilitati. Come pure gli imprenditori. Semmai rivendico l’aver insistito con il vecchio governo perché il Cipe desse via libera alla delibera che di fatto riconosce il progetto definitivo della Torino-Lione. Se il governo vorrà cancellarla, dovrà farlo con un atto legislativo. A quel punto potremo giocare la carta del referendum».

Neanche l’altro giorno ai cantieri Tav con il presidente dell`europarlamento Tajani non si è sentito isolato, circondato da rappresentanti di Forza Italia e neanche uno del centrosinistra?
«Sono tutti amici. Battute a parte. Io sono andato perché avevo accertato che era un evento istituzionale, per esempio c`era il sindaco di Chambery, ed era dunque giusto che per il mio ruolo fossi presente nell`interesse del Piemonte».

Non le pare comunque un errore che il Pd sia rimasto senza una guida in Piemonte?
«Io credo che in questo momento il Pd paghi il suo isolamento a livello nazionale. Fa la sua onesta battaglia parlamentare, ma non incide».