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«Un salto nel buio. Ecco che cos’è il decreto sicurezza. Solo un folle salto nel buio. Da percorsi controllati, monitorati, legali. A percorsi che fabbricano insicurezza e pericolo. E non lo dico ora, lo abbiamo denunciato in Parlamento con la massima forza». Si ferma su una parola Graziano Delrio.
 
La ripete: pericolo. «Gli immigrati non scompaiono, ma la mancata iscrizione all’anagrafe li trasforma in fantasmi. Fantasmi che continueranno a girare per le nostre città. Senza una dimora. Senza una prospettiva. Senza la possibilità di un qualsiasi controllo. E chi non ha speranze è più facile preda della criminalità». Una pausa leggera. «Sa che i migranti inseriti in un percorso di studio e di lavoro commettono meno crimini degli italiani?».
 
Sfidiamo comunque il presidente dei deputati del Pd: non è però pericoloso che i sindaci si rifiutino di applicare una legge dello Stato?
 
Delrio sospira: «È giusto che i sindaci avvertano il Viminale. Salvini sta mettendo a rischio le città. Solo per motivi elettorali. Un rappresentante delle istituzioni dovrebbe lavorare per creare coesione sociale, per garantire sicurezza. E invece il ministro dell’Interno orchestra questa sciagurata operazione di propaganda…».
 
L’ex ministro Dem all’improvviso si ferma. Gli occhi fissi sulle agenzie di stampa che confermano la disponibilità del governo a incontrare i sindaci. Una svolta? Delrio scuote la testa: «Non mi faccio nessuna illusione. Il decreto sicurezza non cambierà nemmeno di una virgola. È il manifesto della destra. È la frusta agitata contro i migranti. E poi Conte non ha margini di mediazione perché non ha nessun peso politico. Questo governo è andato avanti accettando, di volta in volta, le bandiere di Lega e di M5S. Sarà ancora così, sarà sempre così».
 

Insisto: non crede che il capo del governo o i ministri Cinque Stelle possano pretendere da Salvini una correzione?

 
«Insisto anche io: no. Non ci credo. Deputati e senatori del Movimento Cinque stelle hanno dimostrato di non aver coraggio. Non ho sentito una parola, una sola parola, su tante questione drammaticamente decisive. A cominciare dalla chiusura dei porti. Tutto è avvenuto, e avviene, nel silenzio del premier e dei ministri pentastellati. E la mia speranza che su questi argomenti vi sia una voce di reale dissenso è pari a zero. Chi ci ha provato, come il comandante De Falco, è stato buttato fuori dal Movimento. Perché Salvini pretende l’applicazione delle sue leggi. Non di quelle costituzionali, non di quelle internazionali come quella che impone i salvataggi in mare e il porto sicuro».
 

Ma il Paese dove sta?

 
«La propaganda nel breve funziona, ma la realtà è testarda e alla fine si impone. Bisogna solo avere la pazienza di attendere. Un pezzo di Paese ha creduto che Salvini potesse ridurre le tasse e rimpatriare 500 mila migranti. Oggi però le tasse aumentano. Per le imprese e le famiglie. E non ci sono rimpatri».
 

E ora?

 
«C’è un blocco sociale largo che deve uscire dal silenzio. Che può e deve dire “fermatevi, c’è un limite a tutto“. C’è una nuova vitalità nel Paese e c’è una possibilità concreta di far emergere le voci critiche. E di bloccare chi vuole spegnerle. C’è tantissima gente che vuole un Paese serio, onesto, senza divisioni. È il momento che si faccia sentire».
 

Questa legge è incostituzionale?

 
«È profondamente incostituzionale. Lede i diritti. Discrimina. Non abbiamo nessun dubbio e aspettiamo un pronunciamento della Corte costituzionale».
 

E per questo è giusto “disobbedire”?

 
«I sindaci si stanno solo occupando delle loro città. Non vogliono fabbricare pericolo. E stanno provando ad obbedire a una legge superiore, alla Costituzione».
 

Crede che un intervento del Colle sarebbe utile?

 
«No. Il potere di stabilire se una legge è conforme o meno ai principi costituzionali da sempre è affidato alla Corte».