graziano delrio, anas-fs
Graziano Delrio / Foto: Imagoeconomica

«Sulle province si vede che Salvini ha bisogno di qualche poltrona in più e la sua è solo una manovra elettorale, fanno bene i M5S a dire no all’elezione diretta».
 

Dunque onorevole Delrio, siete in sintonia con i grillini sui tagli ai costi della politica. Ma allora perché votate contro il taglio dei parlamentari?

 
«Noi siamo favorevoli al taglio, anzi per noi bisognerebbe avere una sola Camera, a differenza di quanto vogliono fare loro. La loro riforma è un pasticcio, che produrrà uno scollamento tra i territori e i parlamentari eletti in collegi molto più grandi di ora. E poi non si capisce a cosa serva un Senato di 200 persone e perché bisogna fare avanti e indietro due volte con la stessa legge tra una Camera e l’altra. Noi vorremmo tenere una sola Camera con 500 deputati, cioè meno di quanto prevede la loro proposta, trovando il modo di rappresentare gli enti locali. Sul principio siamo d’accordo, sul come applicarlo no».
 

Da capogruppo Pd, quale delle cinque norme da loro caldeggiate approverebbe? Taglio degli stipendi dei parlamentari, conflitto d’interessi, acqua pubblica, salario minimo o la legge che toglie i partiti dalla sanità, chiara reazione al vostro scandalo umbro?

 
«Sulla sanità basta applicare le norme che ci sono, non c’è scritto da nessuna parte che i partiti debbano intervenire nelle nomine. Poi se ci sono state delle irregolarità sarà la magistratura a stabilirlo. Invece sul salario minimo siamo d’accordo, lo abbiamo proposto per primi: certo andrebbe discusso come realizzarlo. Per noi va fatto in accordo con i sindacati. Sul taglio degli stipendi diciamo che serve loro per recuperare qualche punto nei sondaggi: se accettassero di discuterne seriamente si potrebbe trovare un’intesa. Conflitto d’interessi? Assolutamente sì, ma deve riguardare tutti, anche la trasparenza di piattaforme informatiche e la manipolazione dei dati. Invece sull’acqua pubblica la nostra posizione è chiara: le tariffe vengano decise dai sindaci e la gestione sia controllata e monitorata dal pubblico, senza statalizzare ogni cosa. La loro proposta non va bene, non stimola gli investimenti».
 

Ma sulle province dica la verità: visto come sono andate le cose si è pentito di come ha realizzato nel 2015 la riforma che alla fine si è rivelata tutto fuorché un taglio?

 
«Magari va aggiornata, ma buttarla via no. La mia riforma non nasce per caso, come ora sull’onda di titoli di coda di un governo a fine corsa. Ma da una riflessione in seno all’Anci per non duplicare le funzioni di regioni e comuni e creare un luogo dove i sindaci coordinino il loro lavoro. Chiarire le competenze e garantire più efficienza ai cittadini. E secondo, far nascere finalmente le città metropolitane, come in tutti i paesi del mondo. I principi dunque li sostengo con convinzione, magari posso essere pentito che non abbiamo eliminato i tagli fatti da Monti in poi per via della crisi».
 

I nuovi enti continuano a occuparsi di edilizia scolastica, ambiente, strade, ma senza fondi e con organi non eletti. I leghisti vogliono ridargli dignità tornando all’elezione di 2.500 consiglieri e presidenti. Non è colpa anche della riforma incompiuta?

 
«Intanto le 76 province a statuto ordinario hanno una loro regolamentazione, sono rette da assemblee di sindaci e la manutenzione di strade e scuole sono le funzioni fondamentali. E i sindaci che le governano sono pienamente autorevoli, non è che l’elezione diretta dia più autorevolezza ad un’istituzione. Altrimenti vorrebbe dire che il presidente della Repubblica non lo è e che le province non lo erano prima del ’93».
 

Quindi nessuna autocritica?

 
«Mi chiede se bisogna dargli più risorse? La risposta è sì. I tagli sono stati eccessivi, ma nel 2017 abbiamo stanziato 1,6 miliardi solo per le strade e i risultati si cominceranno a vedere ora. E la riorganizzazione ha funzionato, perché sono state ridotte di molto le spese. È sciocco che si discuta solo di elezione diretta».
 

La votereste una manovra se il governo cadesse e il Colle vi chiedesse un atto di responsabilità con un premier tecnico?

 
«Prima di ogni cosa viene il bene del paese, ma per noi resta prioritario che, a fronte del fallimento del governo, ci sia il responso delle urne».