Mettere in salvaguardia le istituzioni, contrastare il rischio di una secessione che vede già in atto e riformare insieme la Regione e il Parlamento siciliano: Davide Faraone, neo segretario del Pd, lancia un appello «alle forze antipopuliste, democratiche e che credono nell’Europa». È un appello a lavorare insieme ma che non punta a costruire un cartello elettorale: «Ognuno resti dov’è, nessuno propone inciuci o salti del fosso. Ma si possono rendere utili questi anni che ci separano dalla fine della legislatura o dobbiamo far restare l’Ars il più grande spot del qualunquismo e dell’antipolitica? Abbiamo il dovere di scongelare i nostri voti per la Sicilia».
 

Perché individua rischi perle istituzioni?

 
«Iniziamo guardando a Roma. Non è stato possibile discutere emendamenti alla legge di bilancio. La manovra è stata approvata senza che nessun parlamentare conoscesse il testo. Bene ha fatto il Presidente Mattarella a stigmatizzarlo nel discorso di fine anno. È chiaro che M5S e Lega lavorano ad un grandissimo spot ai danni delle istituzioni democratiche. Se ne vuole dimostrare l’inutilità, si vuol far passare il concetto che sono dei superflui stipendifici di brutti politici. E questo travolgerà tutti, maggioranza e opposizione. E alimenterà il populismo e il sovranismo antieuropeista».
 

Anche la minaccia di secessione è di nuovo attuale?

 
«Osservo come si sta sviluppando il dibattito sulla devolution in salsa leghista e antimeridionalista . Il problema è che regioni come Veneto e Lombardia, che vanno a mille, vogliono trattenere le tasse e limitare i trasferimenti alle regioni rimaste più indietro. Questa è una secessione silente, già in atto. Di fronte alla quale la Sicilia non può restare ferma. Deve proporre una idea che sia alternativa all’assistenzialismo e che le consenta di competere con le Regioni del Nord senza stare col piattino in mano. Per riuscirci il mio auspicio è che le forze politiche che hanno a cuore la Repubblica e l’unità stiano insieme per contrastare questo disegno eversivo. Tra l’altro, ora si capisce l’importanza del nostro referendum istituzionale di qualche anno fa, sbagliato nel metodo e nella comunicazione ma ineccepibile nel merito. Puntava a innovare le istituzioni e a renderle più funzionanti».
 

Individua un attacco alle istituzioni anche in Sicilia?

 
«Lì il discorso è forse più complicato. Sono rimasto scioccato quando sono andato a fare una ricerca sull’attività del Parlamento regionale e ho letto che fino ad oggi sono stati presentati 416 disegni di legge di iniziativa parlamentare e 33 di iniziativa governativa. Sapete quanti ne sono stati approvati dall’inizio della legislatura ad oggi? Uno: la legge di bilancio, obbligo normativo altrimenti la legislatura si chiude e si va tutti a casa. Ora riparte l’anno e probabilmente si approverà un’altra volta soltanto il bilancio. Governo e Ars sono bloccati mentre i cambiamenti della società avvengono rapidamente».
 

E come si dovrebbe uscire da queste sabbie mobili?

 
«In In Sicilia c’è una maggioranza e ci sono due opposizioni. Bene. Ognuno resti lì dov’è, nessuno propone inciuci o salti del fosso. Ma si possono rendere utili questi anni che ci separano dalla fine della legislatura o dobbiamo far restare l’Ars il più grande spot del qualunquismo e dell’antipolitica? La maggioranza deve accontentarsi di essere un nominificio? E noi all’opposizione dobbiamo limitarci ai pop corn e a dire continuamente non sanno fare un tubo o qualcosa si può fare? Se la risposta è sì, si ragiona, altrimenti tutti a casa senza ipocrisia».
 

Nei giorni scorsi il presidente Musumeci ha rivolto alle opposizioni un appello alla collaborazione. Ma i risultati finora non sono arrivati. Lei cosa propone?

 
«Intanto io rilevo l’urgenza di fare alcune cose per la Sicilia. Servono riforme per il lavoro, la gestione dei rifiuti, l’acqua, il diritto allo studio, il tempo pieno a scuola, la continuità territoriale, la fiscalità di vantaggio per chi investe. Poi servono anche riforme istituzionali: penso a una legge elettorale che assicuri la governabilità dando una maggioranza certa a chi vince, a un nuovo regolamento dell’Ars per far funzionare l’Assemblea, all’introduzione del voto di fiducia per il presidente, alla previsione del referendum propositivo. Queste sono emergenze. Queste sono le cose che si debbono fare».
 

E come dovrebbe realizzarsi la collaborazione fra le forze antipopuliste che lei sta proponendo?

 
«Intanto io non penso a un cartello elettorale. Tra l’altro per le Europee a maggio si voterà col sistema proporzionale e dunque ogni partito correrà per sé. Io credo che la collaborazione debba avvenire in Parlamento per fare diventare produttivi questi quattro anni che mancano alla fine della legislatura. È lì che bisogna trovare il voto più ampio possibile sulle riforme. Anche perché su questi temi non dovrebbe esserci vincolo di partito. Dobbiamo impedire che i peones blocchino l’Ars. Così, ripeto, possiamo trasformare questa in corso in una legislatura costituente».
 

Appelli simili, oltre che da Musumeci, sono già partiti anche da Gianfranco Miccichè, leader di Forza Italia. Secondo lei chi dovrebbe fare il primo passo per andare oltre l’appello e avviare la collaborazione?

 
«Lo sto facendo io. Rispetto ai temi indicati il Pd non starà a guardare. Abbiamo il dovere di scongelare i nostri voti, non per inciuci o accordi sottobanco ma per il bene della Sicilia. Noi vogliamo svolgere una funzione attiva. E attendiamo di vedere cosa faranno gli altri partiti. La stasi danneggia chi governa e penalizza le istituzioni. I grillini auspicano la crisi delle istituzioni e vorranno lucrare sulla paralisi. Quindi bisogna mettere in campo le riforme e immaginare la proposta di governo per la prossima legislatura. Se tutto questo non si fa, allora è necessario essere conseguenziali e andare a casa subito. Se i numeri non ci sono per le riforme non ci possono poi essere per votare il bilancio, che è l’unica legge obbligatoria, per allungare la vita dell’Ars. Così è solo wrestling, si finge di lottare sul ring e poi sono solo baci e abbracci negli spogliatoi».