«Nello, comportati bene, che qui si fa l’Italia».

«Mario, io mi accontento di non fare brutta figura».

Nel parcheggio dello Sporting club di Panighina, frazione di Bertinoro, dove è appena arrivato per una cena elettorale, Stefano Bonaccini assiste allo scambio di battute tra i due camerieri, e finalmente ride. Ma solo per un attimo. «Non ho molto tempo».

La sua giornata è cominciata alle 8 del mattino, tribuna politica alla Rai di Bologna, per poi proseguire con la visita alle Coop di Forlì, a una azienda dolciaria di San Martino in Strada, un incontro pubblico a Galeata, senza palco o predellino, ad altezza d’uomo, una visita ai poderi Nespoli di Cusercoli e annessa inaugurazione del comitato della Valdibente a lui dedicato, qualche altra tappa che ci siamo scordati, e manca ancora il dibattito pubblico in tarda serata a Forlimpopoli.

Le elezioni in Emilia-Romagna stanno diventando una faccenda che se non si risolve casa per casa, poco ci manca. E questa capillarità è forse la prova più evidente dell’importanza della posta in palio.

«Solo che si tratta di un confronto asimmetrico. Si vota per l’Emilia-Romagna, giusto? Bene, da una parte ci sono io, Bonaccini da Campogalliano. Dall’altra, Matteo Salvini, che viene da Milano, lavora a Roma e a Roma tornerà il 27 di gennaio, nonostante le sue promesse di stanzialità».

Il canone ormai è fissato, da qui al 26 gennaio. Una singolar tenzone tra due avversari che per altro hanno sempre avuto buoni rapporti, dettaglio confermato da entrambi in privato. Il leader della Lega ha messo le tende in EmiliaRomagna, convinto come il suo avversario che è nella prossima settimana che si decide il voto degli indecisi. Martedì sera a Carpi, ha proposto uno scambio ai suoi sostenitori. Io torno qui a festeggiare l’immancabile vittoria, voi a febbraio venite in tribunale a sostenermi, dando così per scontato il via libera del Parlamento al suo processo.

 

Bonaccini sospira, e il fumo che gli esce dalle narici non è dovuto solo alla temperatura scesa sotto lo zero. Tutto quello che non è locale, che esula dall’ambito emiliano-romagnolo, lo infastidisce, perché è il campo dove ha deciso di non giocare. Ma tant’è, ormai le squadre si stanno allungando, vale tutto.

«Non avendo nulla da proporre per l’Emilia-Romagna provano a trascinare la discussione lontano dai problemi di questa regione. Quanto al vittimismo di Salvini, francamente mi sembra fuori luogo.

La sua cosiddetta “Bestia” scatena bastonatori da tastiera sulle mie pagine social, con insulti e minacce. Come vittima, non è molto credibile, non lo sarà mai. Io invece vorrei un confronto civile.

E soprattutto vorrei un confronto sull’Emilia-Romagna con la mia avversaria, Lucia Borgonzoni. Solo che mi tocca Salvini, che un minuto dopo le elezioni sparirà con le sue promesse, come ha già fatto in tutte le altre regioni. Pazienza».

 

Salvini significa «nazionalizzazione» di queste elezioni. Un referendum sul governo e sulla sua persona, come dimostra la frase berlusconiana che gli è uscita a Carpi, sulla sinistra che vuole eliminarlo per via giudiziaria.

«Lui sa bene che non troverà mai una sola mia dichiarazione sulle vicende giudiziarie, di chiunque, non solo delle sue. Salvini ha avuto la faccia tosta di polemizzare sull’autofinanziamento della mia campagna elettorale. Sono stato obbligato a ricordargli che è meglio ricevere volontariamente da tanti che possono donare pochi euro, piuttosto che usare illegittimamente i soldi degli italiani, 49 milioni, a essere precisi.

Ma noi vogliamo vincere in Emilia-Romagna per le cose che abbiamo fatto e per il passo avanti che proponiamo per il futuro, non per i problemi giudiziari di Salvini».

Eppure, anche nella sala dello Sporting, dove parla in piedi su una sedia, «una cosa alla buona», le domande vanno oltre l’Emilia-Romagna.

E quel nome, Salvini, è un tormentose ineludibile. «Io non l’ho mai insultato, basta guardare i miei post. E non cambierò. Uso i social per raccontare quello che ho fatto in questi anni e per avanzare proposte per il futuro dell’Emilia-Romagna. Sarò noioso, ma davvero credo che il futuro dellTmilia-Romagna dipenda più da queste cose che dai problemi personali di Salvini».

Tira dritto, Bonaccini. Non esiste un piano B, c’è solo il racconto dell’Emilia-Romagna, dei risultati della sua amministrazione.

«Una regione che merita di essere governata da chi la conosce e la ama. I nostri avversari l’hanno definita la pattumiera d’Italia, una terra di raccomandati da liberare dall’oppressione. Peccato solo che siamo la regione del Paese che da 5 anni cresce di più, che esporta di più, con la minor disoccupazione».

Ma forse quella del presidente uscente è una strada obbligata. Dietro a Salvini ci sono la Lega, e lo spirito dei tempi. Proprio per questo, anche una conferma del centrosinistra cambierebbe molte cose. Per il Pd, e pure per lui.

«Beh, abbiamo perso nove regioni dí fila, di sicuro una vittoria non farebbe male al Pd nazionale. Vedremo».

Un altro sorriso, più affilato. Basta così, Forlimpopoli chiama.