Sembrava impossibile, ma Giovanni Legnini si gioca le sue chance alle elezioni regionali in Abruzzo. Impossibile perché meno di un anno fa qui il centrosinistra ha ottenuto il 17,6 per cento dei voti, doppiato sia dal centrodestra sia dal Movimento 5 Stelle. «Non so come finirà, ma la partita è riaperta», dice Legnini, ex vicepresidente del Csm, ex sottosegretario nei governi dem. E se è successo qui può succedere anche a livello nazionale.

 

Il flop della foto del centrodestra, con il gelo Salvini-Berlusconi, che effetto può avere in Abruzzo?

«Mi sembra chiaro che in queste settimane sia da parte del centrodestra che da parte dei 5 Stelle si è alimentata una nuvola propagandistica che con l’Abruzzo c’entra poco. La stessa fotografia ne è la riprova. I fotografati facevano fatica a sostenere il loro candidato perché molto impegnati a tentare di superare i noti conflitti interni al centrodestra».

 

Ma le piazze per Salvini sono piene e questo inciderà sul risultato del candidato Marsilio.

«Salvini gioca una partita tutta sua consapevole che un candidato come il senatore Marsilio nato e cresciuto a Roma è estraneo al territorio abruzzese e alle sue aspirazioni. Il suo è solo un tentativo di utilizzare l’Abruzzo per ragioni nazionali. Tanto che in questa campagna elettorale i loro candidati hanno finito per fare da accompagnatori dei ministri».

 

Come si recupera in un solo anno quel gap clamoroso che ha inchiodato il centrosinistra al 17 per cento il 4 marzo?

«Se la partita fosse la stessa di un anno fa lo scetticismo sarebbe giustificato. In realtà noi abbiamo scelto un nuovo campo di gioco con protagonisti ed obiettivi nuovi e diversi. Abbiamo riaperto i canali della comunicazione tra la società, i mondi del lavoro, dell’impresa, della scuola e la loro rappresentanza. Quando mi venne chiesto di candidarmi da parte di moltissimi cittadini e della maggioranza dei sindaci risposi pubblicamente: se la società civile partecipa e si fa garante insieme a me del riscatto di questa regione ferita, io ci sto. Così è andata».

 

Lei ha voluto ridurre al minimo la presenza dei partiti con la sola lista del Pd. Perché?

«Per allargare la partecipazione. Abbiamo costruito una coalizione ampia e plurale definendo un progetto politico inedito, mettendo insieme civismo, diverse aree culturali e politiche, associazionismo cattolico e il Pd certo. In più ci sono alcuni candidati che provengono dal centrodestra che non hanno voluto subire scelte politiche inaccettabili».

 

Sarà la prima occasione per fare quello che tutti i dirigenti del Pd dicono di voler fare: recuperare il consenso dai 5 Stelle?

«Mi auguro di sì. Ho potuto verificare in concreto che molte persone di sinistra che avevano votato 5 Stelle dicono che voteranno per me. Quanti saranno non lo so dire ma che ci sia questa tendenza mi pare evidente. Alcuni di loro sono anche candidati con me al consiglio regionale».

 

L’obiettivo vero è solo non essere più terzi?

«A dire la verità, gioco per vincere e ho fiducia. Siamo gli unici ad aver interpretato i sentimenti profondi di questa comunità regionale martoriata, piena di emergenze note e meno note ma che al contempo ha straordinarie opportunità».

 

E il primo banco di prova dopo la grande sconfitta? Cosa deve imparare il Pd dalla sua esperienza?

«Il test è importante. L’Abruzzo ha oltre 1 milione e 300 mila abitanti. Io ho promosso un progetto politico rivolto ad affrontare e risolvere gli enormi problemi di questa regione. Poi gli avversari hanno voluto fortemente politicicizzare la competizione, ritenendo che ciò fosse per loro più congeniale. Allora, di fronte ad una vera e propria invasione di leader di partito di destra e M5S, abbiamo prodotto una reazione forte contro i populismi, la demagogia, le semplificazioni. Non so se ciò costituirà una indicazione più generale, dipenderà anche dal risultato conclusivo. Ma so che quando si va nei luoghi di vita e di lavoro, ad ascoltare le critiche e suscitare speranze, quando il progetto di governo è credibile e capace di farsi carico della domanda di cambiamento si riapre la partita. Come si è riaperta qui».