«Una nuova Costituente per far ripartire l’Italia dopo il virus».

Il sindaco di Milano, Beppe Sala, parla dal suo studio a Palazzo Marino, trincea della resistenza alla pandemia, per descrivere come vede la fase 2 dell’emergenza, quella della ricostruzione. Descrive la sua città come «motore indispensabile della ripresa» e prevede che le «abitudini cambieranno» perché «usciremo con la mascherina, manterremo le distanze sociali, proteggeremo gli anziani e avremo bisogno di app digitali».

Ma ciò che più serve è «modernizzare lo Stato» per «uscire da questa crisi più forti di prima»: ciò significa riforme di alto profilo e smantellamento della burocrazia. E lo strumento per riuscirci è in un appello al Capo dello Stato: «Serve una nuova Costituente» come quella con cui De Gasperi aprì le porte al Dopoguerra.

Come è la lotta al virus da Palazzo Marino?

«Dobbiamo resistere. Non solo per la nostra salute ma an- che perché se crollasse Milano crollerebbe la Sanità. La città è stata pesantemente toccata, penso anzitutto alle vittime, ma ha espresso anche una buona resistenza. Ora, dopo 20 giorni, capisco che la gente inizia ad essere stanca ma i dati che riceviamo danno la speranza di vedere un regresso del virus».

Quali numeri guarda di più?

«Sono, purtroppo, quelli dei morti. Non guardo tanto i contagi. Vorrei vedere un numero che non appare: quello dei ricoverati in terapia intensiva. Perché è strategico per la tenuta del sistema. Ho dei dubbi sulla maniera con cui i numeri giornalieri vengono presentati. Credo andrebbero spiegati più i trend che i dati giornalieri».

La Lombardia è la trincea di Italia, riuscirà a fermare il virus?

«In questo momento la Lombardia ha un problema perché il virus è piuttosto radicato nel Bresciano e nel Bergamasco fino verso Cremona. Parlo con i tre sindaci in questione, soprattutto con quelli di Bergamo e Brescia, per capire le cause di tutto ciò. Perché c’è grande differenza fra la situazione dei vari territori in Lombardia. C’è fra noi condivisione sul fatto che non aver fermato le fabbriche ha portato molta gente a restare l’uno vicino all’altro».

Quindi sarebbe stato giusto fermare le fabbriche?

«Penso di sì. Soprattutto perché i segnali c’erano. A volte mi chiedo se ha senso considerare tutta l’Italia una zona rossa. Ora però è il momento di guardare avanti, non indietro, perché abbiamo davanti una lunga battaglia».

Quale è la questione più urgente?

«L’interrogativo è come gestiremo il periodo che va da ora a quando avremo il vaccino: sarà segnato da aperture e chiusure e dunque sarà errato considerare tutto il territorio allo stesso modo. Ricordo che il sindaco di Bergamo, Gori, è stato lui il primo a chiedere l’istituzione della zona rossa per Alzano. Ma non è stato ascoltato».

Il virus ha occupato Milano o Milano resiste?

«Milano resiste ma è chiaro che il virus ha occupato la testa dei milanesi e molto presto dovremo essere bravi a cambiare velocemente le nostre attitudini sociali e il nostro approccio al lavoro, che sono state poi le chiavi del recente successo della città».

Come sarà il dopo-emergenza, a cosa pensa in particolare?

«Sarà molto importante capire come ci muoveremo, come staremo assieme negli spazi pubblici e come daremo un contributo alla ripartenza di Milano in funzione delle nostre capacità. Ad esempio bisognerà tornare a lavoro in funzione dell’età che si ha e dunque proteggere coloro che sono più a rischio, tenendoli a casa, e puntare per il rilancio su coloro che possono dare più garanzie. Servirà molta flessibilità. Dovremo applicare la nostra esperienza con modalità differenti».

Dunque dovremo difendere gli anziani e mantenere le distanze sociali?

«Sì, queste saranno due regole-base che dovremmo rispettare nei prossimi mesi. Poi ci sarà il comportamento dei singoli, credo che per un certo periodo continueremo ad indossare mascherine – affrontando la necessità di averne nelle quantità necessarie – e poi vi sarà il bisogno di una app che, con limiti temporanei della privacy, sia capace di aiutarci nella vita di tutti i giorni, potendo segnalare i movimenti di una persona che si è ammalata in modo che gli altri capiscano se sono stati a contatto».

Quando riapriranno le scuole?

«Al momento non mi pare che ci sia alcuna previsione realistica. E’ chiaro che è un anno scolastico totalmente deviato. Sarebbe bello coniugare lo sforzo di famiglie e insegnanti per far studiare i ragazzi da casa con un atteggiamento comprensivo sui voti da parte degli insegnanti».

Cosa la preoccupa di più e cosa le dà speranza?

«Mi dà speranza l’atteggiamento dei cittadini, che si stanno dimostrando molto responsabili. Rispetto alla Cina, un Paese non pienamente democratico che in una situazione del genere può assumere decisioni molto efficaci, e alla Sud Corea, dove lo sviluppo delle nuove tecnologie ha un’estensione non comune, noi dobbiamo lavorare sulla responsabilizzazione dei cittadini. E dobbiamo ammettere che i cittadini stanno dimostrando responsabilità. Anche se poi vi sono motivi di timore per quanto avviene in altre Regioni del Paese sul fronte dell’ordine pubblico, penso agli scippi delle borse della spesa. Ciò che mi preoccupa invece è che siamo un Paese che, per tipo di ordinamento e per funzionamento della giustizia, è tutto tranne che efficiente. E noi in questa fase non possiamo permetterci di non esserlo. Se lo Stato continua ad essere quello di ieri, io sono molto preoccupato».

Che cosa dovrebbe fare lo Stato per adattarsi alle esigenze della ricostruzione?

«Credo che sia forse arrivato il momento di avviare una stagione per le riforme. Ho in mente due capitoli. Primo: il potere dello Stato e i poteri locali perché l’attuale struttura amministrativa è del secolo scorso e non consente di essere veloci.

Con 20 Regioni, 8000 comuni, un centinaio di province e 14 città metropolitane si perde immediatezza e la responsabilità è suddivisa in mille centri di potere. Il sistema a 20 Regioni, che quest’anno compie mezzo secolo, è forse arrivato al capolinea. Secondo: la giustizia perché l’articolo 102 della Costituzione impedisce di istituire giudici speciali ma in realtà si sono venute a verificare situazioni nelle funzione pubblica che pongono legittimi dubbi al riguardo.

Insomma, tanto sul fronte dei poteri locali che della giustizia bisogna smantellare la burocrazia. Siamo passati da un periodo dove l’Italia restava la quinta o sesta potenza industriale pur rimanendo inefficiente ad una realtà dove più Paesi ci superavano fino all’attuale crisi del coronavirus che amplifica il tutto. Dunque essere più efficienti non è un’opzione, è diventato un obbligo».

Dunque dopo la devastazione della pandemia, la maggiore dal 1945 con oltre 10 mila morti, lei sta dicendo che ne possiamo uscire più forti solo riuscendo a modernizzare lo Stato. Ma come farlo?

«L’interrogativo è soprattutto chi deve farlo perché chi oggi ci rappresenta in Parlamento non aveva – ne poteva avere la consapevolezza di cosa sta avvenendo ora e d’altra parte non era incline, per le ragioni più diverse, a modernizzare lo Stato anche prima del coronavirus.

Ecco perché ritengo che non è possibile fare le riforme in maniera canonica. Questo è il motivo perché come nel Dopoguerra Alcide De Gasperi lanciò la Costituente che ci regalò la Costituzione, il presidente Sergio Mattarella potrebbe oggi lanciare una nuova Costituente. Abbiamo un Capo dello Stato straordinario che non ha certo bisogno dei miei consigli ma se potessi azzardarne uno, direi questo: è il momento di una nuova Costituente repubblicana».

Chi dovrebbe partecipare alla nuova Costituente?

«Senza negare il legittimo ruolo del Parlamento, servirebbe spazio per chi amministra localmente ovvero rappresentanti di sindaci e presidenti di Regioni».

E quale deve essere l’obiettivo della Costituente?

«Modernizzare le istituzioni, rendendole compatibili con la complessità e l’internazionalità in cui ci troviamo ad operare. Questa crisi ci porta a dire che l’Italia non può permettersi di chiudersi nei suoi confini in una visione autarchica, rifiutando l’idea di essere parte della comunità internazionale. Il dibattito Europa sì-Europa no è fuori da ogni logica: bisogna andare oltre queste sciocchezze, facendo ciò che già possiamo. Ad esempio l’Ue ora consente di adoperare i fondi strutturali non utilizzati – valgono circa 50 miliardi dunque prendiamoli e gestiamoli, a cominciare dal territorio più colpito dalla pandemia».

Il nodo è come scongiurare l’emergenza economica dopo quella sanitaria: la Francia ha creato linee di credito per 300 miliardi, la Germania per oltre 1200, gli Usa hanno addirittura varato un pacchetto da 2 trilioni.

L’Italia è ferma a 25 miliardi e forse arriverà a 50-100. Così non rischiamo il collasso produttivo per le persone che usciranno da casa senza trovare le loro aziende?

«Sì, questo è il rischio. Lo vedo da un territorio come Milano che fino a ieri era la locomotiva di Italia e che dovrà tornare ad esserlo, perché, mi permetta di dirlo senza arroganza, non vi sono alternative. Se la ripresa non partirà da Milano, da dove partirà? Il tessuto milanese non è fatto da 4-5 grandi aziende ed un paio di grandi banche: è molto esteso, vasto, ramificato. E dunque necessita di risorse finanziarie, ricorso al credito, fiducia, per poter ripartire. Milano sarà l’area-test del rilancio. Servono scelte più incisive e coraggiose da parte del governo, le cui azioni su questo fronte finora sono state piccola cosa. Questo è il momento in cui bisogna andare avanti».

Dunque ha ragione Mario Draghi quando scrive sul “Financial Times” che bisogna aiutare le aziende a non chiudere?

«Ha totalmente ragione Mario Draghi, con cui mi sono confrontato alcuni giorni fa, perché è da qui che bisogna ripartire. E dal sostegno alle imprese che deve ripartire l’azione del governo. Poi i sindaci si occuperanno del welfare cittadino e di rimodulare i servizi, ma il compito dello Stato è salvare le imprese perché è così che si salva il lavoro».

Quanto la preoccupa l’emergenza ordine pubblico al Sud?

«Molto, perché si tratta di un territorio più debole dove la povertà è più profonda. È la cartina tornasole delle tensioni sociali che ci saranno e dovremo gestire».

Stiamo accogliendo aiuti russi, cinesi e cubani contro il virus mentre di quelli della Nato, che pure arrivano, si parla meno. Vede il rischio di una tendenza a mutare le nostre alleanze?

«C’è il rischio che si faccia strada l’attrazione per alcuni tipi di sistemi non adatti alla nostra Storia, ai nostri valori, al nostro vivere. Dobbiamo parlare con tutti ma anche rimanere fedeli alle nostre alleanze, al campo europeo e atlantico. Nel post-coronavirus bisognerà fare molta attenzione a come si creano nuovi equilibri internazionali. Il dialogo economico è tutt’altra cosa: chi ha più aiutato Milano in questa crisi è sicuramente la Cina».