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Cose che non si diranno più con Enzo Amendola ministro per gli Affari europei. Anche una sola.

 
«L’espressione “sbattere i pugni”, per esempio. Chiunque abbia frequentato quelle riunioni a Bruxelles sa che non esiste formula più lontana da quel contesto che “sbattere i pugni”. E non si tratta, sia chiaro, di una critica a chi è venuto prima di noi. E proprio la cosa in sé, il gesto evocato, che non regge. L’Europa non è Bruxelles. E l’alleanza tra ventotto paesi che stanno insieme perché separati non potrebbero sopravvivere».
 

Ne è così sicuro? Anche prima di Salvini la formula era abusata.

 
«Ripeto, senza che questo suoni come una critica ai cosiddetti sovranisti. Dagli ultimi 15 mesi di urla, risse, liti, strepiti con e rispetto all’Europa, mi dice una cosa, una, che come italiani ci abbiamo guadagnato?».
 
L’alba del governo gialloverde era stata scandita dalla nomina a ministro degli Affari europei di Paolo Savona, l’uomo del “cigno nero” che Salvini avrebbe voluto all’Economia, il teorico della possibile uscita dall’euro. Oggi, nello stesso dicastero, c’è Enzo Amendola, ex sottosegretario agli Esteri, anni 45, che da giovanissimo era stato segretario generale e poi vicepresidente dell’Internazionale dei giovani socialisti.
 

Europeista. Doc.

 
«Non solo io. Ma anche la maggior parte dei nuovi ministri del governo Conte, che come primo atto ha avuto il merito di indicare Gentiloni commissario europeo, si è politicamente formata dopo la firma del Trattato di Maastricht. Siamo nativi europeisti. Senza l’Europa, anche un grande Paese come il nostro sarebbe un battello che naviga nel mare mosso della globalizzazione».
 

I suoi compagni di governo del M5S lo sono senz’altro di meno.

 
«La storia è cambiata nel momento in cui il M55 ha deciso, saggiamente, di dare il via libera alla commissione europea guidata da Ursula von der Leyen. S’è parlato troppo della nomina e poco del suo discorso di svolta. Un discorso in cui ha messo insieme la svolta green e la necessità di crescita, gli investimenti e la flessibilità. Ora spero che i M55 trovino una casa europea all’interno di quel vasto fronte che ha votato per la von der Leyen, così come auspico che Mdp entri nel gruppo del socialismo europeo».
 

Sta tratteggiando anche lei un nuovo bipolarismo? Pd-M5S-Leu come nuovo centrosinistra e Salvini di là a guidare la destra?

 
«Di là c’è senz’altro l’idea dei sovranisti che si sono alleati con altri sovranisti, continuando a portare avanti ciascuno i propri interessi nazionali. Mi perdoni, ma è una contraddizione. Come fa a esistere un’internazionale sovranista? Di qua, invece, noi, i M55 e la sinistra dobbiamo mettere in campo un’alleanza di orizzonte, certo; ma che guardi al presente. I governi di Renzi e Gentiloni erano stati abili a ottenere flessibilità da Junker. Noi, con la von der Leyen, esordiamo con una congiuntura più semplice. E, soprattutto per questo, non possiamo permetterci di sbagliare. Con umiltà e scegliendo sempre le parole giuste nel confronto quotidiano».
 

Che impressione le ha fatto Conte?

 
«L’ho conosciuto solo da qualche ora ma mi è parso un politico d’altri tempi, uno che sa resistere alla tentazione di un tweet spaccattutto e che promuove la coesione nella squadra. Uno che sa ascoltare e pesare le parole. M’ha fatto venire in mente una frase di Alda Merini: “Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire”».
 

Ben tre ministri vengono dalla Sinistra giovanile, l’organizzazione degli juniores dei partiti post-Pci.

 
«Si vede che abbiamo avuto buoni maestri come Nicola Zingaretti, che traghettò la Federazione dei giovani comunisti italiani nella Sinistra giovanile».