Ministro Amendola, il suo compagno di partito Marco Minniti, che ha gestito con Renzi e Gentiloni il dossier Libia, auspica un unico interlocutore europeo e una missione europea con una forza di pace. Idea praticabile?

«L’Europa deve cambiare, perché ormai di fronte alle sfide globali e all’instabilità che si trasforma in guerra, tra i giganti che competono senza regole, il nostro continente è considerato un “gigante gentile”: quasi come se fosse l’unico a portare sulle sue spalle i valori di pace e libertà tipici dell’Occidente. Ma tutto questo non basta e la tragedia siriana è una ferita aperta nelle nostre coscienze. Non basta più un’Europa che decide sulla politica estera all’unanimità in base all’articolo 31 del Trattato. Perché dinanzi alle crisi e ai conflitti, per far vincere la pace, la deterrenza economica non è sufficiente».

E cosa servirebbe?

«Credo che la suggestione di Minniti, così come le parole del generale Graziano, presidente del comitato militare dell’Ue, ci richiamino a nuove ambizioni. Come Ue abbiamo lanciato i progetti Pesco, di cooperazione militare, abbiamo costituito un fondo europeo per la Difesa. E continueremo anche a mantenere un
coordinamento post-Brexit con l’Uk. Ma va compreso che il vuoto geopolitico – e i conflitti in un contesto dove il multilateralismo tra i giganti del mondo si è indebolito – ci chiede ulteriore coraggio. Già adesso l’Ue ha delle missioni in campo e di addestramento fuori dai propri confini in base all’art. 42 del Trattato».

Ma come può incidere l’Europa senza una politica di difesa comune?

«Oggi sulla vicenda libica la deterrenza diplomatica e la capacità di agire con una voce sola sono alla prova dei fatti. E servono ad evitare che l’escalation militare nata nell’aprile scorso diventi una guerra civile in campo aperto. L’azione congiunta tra il governo italiano, insieme al commissario Borrell e altri Paesi Ue, è al lavoro per riaprire uno spiraglio necessario al cessate il fuoco e al dialogo politico. Ma nulla esclude in futuro – e la tragedia siriana, ripeto, è di esempio – che, insieme alla diplomazia e alla forza economica, l’Europa unita con una politica comune non debba fare di più per porre rimedio a tragedie che colpiscono migliaia di vittime innocenti».

La rinuncia di Sarraj a incontrare il premier Conte è una falla nell’operazione diplomatica europea, che non può porsi come soggetto mediatore equidistante tra le parti?

«Sono giornate concitate e tutti gli incontri sono finalizzati a far cessare l’uso delle armi e a riaprire il dialogo politico tra le parti. Bisogna avere perseveranza e insistere sulla posizione unitaria europea dinanzi agli interlocutori libici. Ognuno deve essere chiamato a rispondere delle proprie responsabilità poiché il futuro del P aese è nelle mani dei libici».

Ma se l’obiettivo di Erdogan e Putin è spartirsi la Libia in zone di influenza, che rischi ci sono per l’Italia e per l’Europa?

«Siamo impegnati a evitare qualsiasi interferenza in Libia poiché sappiamo che negli ultimi anni in Me dioriente i conflitti si sono trasformati in guerre per procura, con le parti in lotta sostenute da potenze regionali. La carenza di una agenda comune europea ha facilitato queste divisioni che hanno spinto allo scontro armato. Il nostro messaggio di queste ore, preso atto della posizione europea e di quella turco-russa per il cessate il fuoco, è di rientrare nell’unico percorso valido: il dialogo politico inclusivo per arrivare alla stabilizzazione del Paese, che non può prescindere dalla sua unità territoriale».

Certo alla visita dei due leader libici a Bruxelles si contrappone il vertice Putin-Erdogan. Una simbolica contrapposizione all’Europa o no?

«Dal 2011 nel Mediterraneo allargato ogni potenza regionale ha sviluppato una sua agenda di priorità. Non solo per la risoluzione dei conflitti, ma anche su altri terreni, a partire da quello energetico. E chiaro a tutti che non ci siano più confini preordinati per le singole sfere di influenza. La Turchia si riaffaccia nel Maghreb insieme ai Paesi del Golfo. Tra le grandi nazioni arabe sono visibili crepe e distanze. Il vuoto di iniziativa diplomatica di Europa e Usa ha lasciato campo all’azione russa. In questo quadro è velleitario pensare, come fanno alcuni nazionalisti europei, che ogni singolo stato del Vecchio Continente possa giocare la sua partita. E chi sognava di destrutturare l’Ue per avere più sicurezza, già da questi primi giorni del 2020 ha avuto un chiaro avviso di quanto sia rischioso per i propri interessi nazionali».

Come si stanno rapportando le forze politiche italiane in questo frangente?

«Mi piacerebbe che in questo sforzo che riguarda la proiezione del nostro Paese, le forze politiche guardassero con spirito unitario ad un’azione diplomatica: Salvini lasci ad altri campi la polemica quotidiana per una percentuale in più nei sondaggi. La posizione di Meloni sulla vicenda Soleimani, chiedendo di fermare un’escalation militare nello scacchiere iracheno, l’ho trovata invece in linea con questo spirito. L’Italia deve unirsi ai suoi soldati e alle sue missioni di pace e stabilizzazione nel mondo. E non c’è sondaggio che debba farci derogare da questa posizione».