Crisi in Libia

«Sicuramente, nei mesi passati, la lentezza e spesso le incomprensioni tra i paesi europei, hanno favorito interferenze di stati terzi in Libia», è l’analisi del ministro per gli Affari europei Enzo Amendola che si augura un prossimo “cessate il fuoco” in Libia. Anche se non esclude che «l’Europa sarà a chiamata a scelte sempre più urgenti».

 

Ministro quale è la situazione. Sinora la tregua di Mosca tra Fayez al-Serraj e il generale Khalifa Haftar non c’è stata.

«Sono giornate molto delicate per la diplomazia europea come quelle russa e turca che sono impegnate a un obiettivo verificabile: un cessate il fuoco che fermi l’escalation militare iniziata ad aprile e acutizzatasi le scorse settimane. È evidente che questo sforzo, come risulta dal vertice a Mosca, sia complicato ma non c’è alternativa a una tregua: è necessaria per realizzare il secondo passaggio che è la conferenza a Berlino».

 

Convocata per mercoledì prossimo: lei crede si possa raggiungere un’intesa?

«La conferenza a Berlino si basa su un percorso politico nel quadro Onu in cui al centro ci sono tre pilastri: la sicurezza, il provato da questo lungo conflitto e la ripresa del dialogo politico che includa tutte le parti nel processo, come le Nazioni Unite e l’Europa sostengono da tempo. Per questo negli ultimi giorni abbiamo assistito a una girandola di incontri e bilaterali a cui l’Italia ha partecipato con i suoi massimi vertici».

 

Eppure a Roma le forze di opposizione sostengono come questo governo sia stato poco incisivo nel conflitto.

«In Italia dobbiamo avere più consapevolezza della realtà poiché solo l’Europa, con una agenda comune e un’azione diplomatica rivolta anche ad altri Paesi come la Turchia, la Russia, i paesi del Golfo e le nazioni confinanti alla Libia, può davvero raggiungere gli obiettivi che tutti ci auguriamo. So benissimo che le polemiche in Italia tra le forze politiche sono sempre esasperate e polarizzanti ma sull’interesse nazionale e la pace nel Mediterraneo io mi auguro sempre che si realizzi una comunanza tra forze di opposizione e maggioranza».

 

Però nei mesi passati, le scintille di un conflitto a pochi chilometri da noi, c’erano tutte. C’è stata una sottostima?

«Sicuramente nei mesi passati, la lentezza e spesso le europei, ha favorito interferenze di nazioni terze in Libia. Così, come per esempio, la dichiarazione turca di intervenire con le sue truppe ha inasprito i rischi dell’escalation militare».

 

Cosa che in molti oggi temono.

«Tutti oggi chiedono all’Europa di fare di più e sicuramente il lavoro per un’unità della diplomazia europea di questa settimane è stato visibile. Ma la nostra Unione si muove nell’arco della legalità internazionale e dell’utilizzo della politica come risoluzione dei conflitti. E sono consapevole che questo ci espone a rischi o a tragedie, come è avvenuto nello scenario drammatico siriano. E non è escluso, anzi è all’ordine del giorno, come sulla politica estera e di difesa l’Europa sia chiamata ad un salto di qualità sopratutto oggi che gli schemi multilaterali sono diventati molto fragili».

 

E l’intromissione di Russia e La Turchia? Ora vengono viste come una minaccia.

«Come hanno dimostrato in Siria insieme all’Iran, riempono un vuoto geopolitico che, in passato, Europa ed Usa hanno prodotto. Ovvio che la scelta della deterrenza militare ha dato i suoi frutti ma anche la tragedia siriana, che non si è ancora conclusa, segnala quanto la necessità dell’azione europea sia fondamentale per una vera pacificazione dei conflitti in Medio Oriente. Russia, Turchia e Iran hanno difeso il potere di Assad ma non riescono stabilizzare un Paese ancora dilaniato da tremende sofferenze».

In queste ore si ipotizza l’invio di un contingente italiano.

«Noi lavoriamo per il cessate il fuoco e la conferenza di Berlino. Dentro questo processo l’Italia deve esser pronta ad assumersi qualsiasi responsabilità con gli alleati nel quadro della legittimità dell’Onu. Sappiamo bene, visto il successo delle nostre missioni in Libano e Iraq, che abbiamo delle forze armate di primo piano a livello internazionale per operazioni di pacificazione».

 

Ma questa Europa che viene criticata dal punto di vista diplomatico, riesce a a tracciare una rotta comune?

«L’Europa è dinanzi a una prova di maturità dal punto di vista diplomatico, come abbiamo discusso sinora ma anche per ricostruire una sua forza economica, di impatto globale in una competizione sempre più ferrata. Oggi (ieri, ndr) la Commissione europea ha deciso di lanciare il green new deal con risorse, piani di investimenti e strumenti finanziari per un’economia sostenibile. C’è, quindi, sicuramente l’ambizione di recuperare una leadership mondiale su un modello di produzione green e di trasformazione radicale dei processi industriali. Una sfida, con mille miliardi di investimenti nei prossimi trent’anni, a cui l’Italia si presenta con le carte in regola».