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“L’Europa è ora o mai più”. All’indomani della drammatica riunione dei leader europei sull’emergenza coronavirus, il ministro agli Affari europei Enzo Amendola lancia il suo grido d’allarme sull’incapacità europea di adottare nuovi strumenti comunitari per affrontare la crisi economica scatenata da Covid-19.

“Serve un salto di qualità come quello descritto da Draghi – ci dice – Nessuno può reggere da solo, la solidarietà si traduca in azioni concrete”. A Matteo Salvini che riapre il tema dell’addio a Bruxelles: “Salutiamo l’Ue per andare dove?”.

Ministro, ieri un altro buco nell’acqua. L’Eurogruppo di martedì ha rinviato ai leader che rinviano all’Eurogruppo. È il solito ping pong europeo ma in emergenza coronavirus è particolarmente grave. L’Unione c’è ancora?

Devo essere sincero, ho assistito a molte riunioni a Bruxelles, ma ieri sera in 6 ore c’è stato un confronto serrato con parole dirette senza tatticismi, proprio perché in gioco c’è il futuro dell’Europa. Non siamo dinanzi solo ad una crisi dei mercati come in passato, ma anche ad una crisi dell’economia reale che investe il nostro continente e l’intera comunità mondiale. L’Italia ha posto un tema: bene le misure della Commissione europea, bene l’intervento della BCE e della BEI, ma per affrontare una crisi economica simmetrica di questo livello serve una politica fiscale coordinata, come abbiamo chiesto con altri 8 paesi, di una portata straordinaria. A una situazione eccezionale devono corrispondere strumenti eccezionali, e l’Europa non può essere timida. Questa è stata la materia del contendere. Tutti abbiamo apprezzato le scelte fatte da von der Leyen e Lagarde, ma in gioco c’è molto di più.

Due settimane per decidere non sono troppe?

Il fattore tempo non è una variabile indipendente. Si è trovata alla fine una mediazione tra le proposte di Conte, Macron e Sanchez, e quelle opposte di altri paesi. È stato dato mandato all’Eurogruppo di portare di nuovo al tavolo dei leader, in breve tempo, tutte le possibili soluzioni per una politica fiscale comune. Poiché oltre alla politica monetaria della BCE e all’intervento della Commissione adesso serve, per i prossimi mesi, una politica strutturata e coordinata. Abbiamo l’urgenza del momento, ma oggi disegniamo il futuro dell’Europa post pandemia.

Gli eurobond sembrano il punto più sepolto di tutta la discussione di ieri. Pare di capire che le uniche aperture possono essere sull’uso dei fondi del Meccanismo europeo di stabilità, ma sempre con un qualche genere di condizionalità. La domanda è: non è stato un errore da parte del Pd al governo cominciare a parlare di Mes prima che lo facessero gli altri europei? Oltre tutto pur volendo usare i fondi del Mes, sono pochi: si parla di 37 mld, per le misure di cig ne servono 13 mld al mese.

Moltissime sono le soluzioni sul tavolo. Sinora sono state discusse senza esito. Non solo il Mes ma anche il ricorso all’articolo 122 del Trattato, la possibilità di bond europei, l’utilizzo della Bei, e la garanzia di una politica fiscale coordinata tra tutte le istituzioni. Alcuni paesi hanno risposto che l’introduzione dei bond ha bisogno di passaggi parlamentari. La democrazia non può andare in quarantena – figuriamoci – tutti i governi hanno bisogno del sostegno dei Parlamenti non solo nella stesura delle misure di politica nazionale, ma anche nella gestione dei possibili strumenti europei. Ma quello su cui noi insistiamo è di sperimentare nuove vie e strumenti eccezionali, poiché anche quelli che sono già a disposizione sono nati in un mondo e in una Europa che non esistono più.

Se l’Ue non fa l’Ue, Cina e Russia diventeranno le ‘stampelle’ dell’Italia in questa situazione di crisi? Già ci hanno inviato aiuti.

Le resistenze alle scelte coraggiose che noi chiediamo in sede europea possono far illudere qualcuno che bisogna guardare in altre direzioni. Lo contesto radicalmente, non esiste l’Italia fuori da un’alleanza europea, e non esiste l’Italia fuori dalle relazioni atlantiche. Inutile negarlo, c’erano e ci sono ritardi nell’integrazione europea. Ma proprio dinanzi a questa sfida l’Europa è ora o mai più. D’altronde in ballo c’è la difesa della democrazia liberale contro modelli di capitalismo autoritario. L’Europa non è solo un valore e un destino, ma è soprattutto una alleanza che rafforza il nostro interesse nazionale. Immaginiamo se fosse stata l’Italia a fare la Brexit. Uno scenario da incubo.

Salvini dice che se l’Unione europea non ci aiuta, la salutiamo.

Per scelta non faccio polemiche in queste ore dove si sta lavorando sia ad una cabina di regia a Roma, sia al Palamento europeo. Ma chiedo sommessamente salutiamo per andare dove? Una classe dirigente non può un giorno incensare Draghi e il giorno dopo pensare all’Italexit con tutto il rispetto da questa drammatica vicenda se ne esce con visioni chiare.

Anche Conte ieri ha avvertito i partner europei: se l’Ue non ci aiuta, facciamo da soli. Come interpreta questa frase?

Fino ad oggi il governo italiano sta facendo di tutto per difendere l’interesse nazionale, non chiediamo la mutualizzazione del debito nazionale a livello europeo, abbiamo chiesto la mutualizzazione del rischio che stiamo vivendo tutti come europei. Abbiamo bisogno dell’Europa come l’Europa ha bisogno di noi per uscire da questa emergenza.

Macron ha annunciato un’iniziativa con Trump per fronteggiare la crisi…

Tutte le istituzioni internazionali sono in campo e devono essere unite non solo per affrontare la recessione che toccherà tutti, ma perché siamo chiamati ad un salto di qualità. Bisogna immaginare oggi un mondo nuovo, dove il multilateralismo ritrovi nuove forme di condivisione. Nessuno può reggere da solo.

È la fine dell’Ue?

Non amo la retorica europeista e, allo stesso tempo, penso che il nazionalismo sia un virus che mette a rischio le nostre democrazie. È certamente la fine dell’Europa che abbiamo conosciuto fino ad ora, timida e titubante. Serve un salto di qualità come quello descritto da Mario Draghi. Dinanzi ad una crisi profonda di liquidità che toccherà le nostre imprese, bisogna difendere il mondo della produzione e del lavoro. Il patto di stabilità è stato congelato, gli aiuti di stato sono stati elevati ai massimi, e i fondi europei messi a disposizione. La BEI spingerà liquidità, soprattutto per le imprese. Tutti devono fare la propria parte. Quello che manca – ripeto – è trasformare una delle parole più citate nei trattati, quella di solidarietà, in una azione concreta.