Il nome di Enzo Amendola, ministro degli Affari Europei, è ben noto a Bruxelles. Da quando si è insediato non è mai mancato ad un appuntamento e il suo lavoro, tenace e a tratti febbrile, è il risultato di anni passati a occuparsi di questioni europee. A lui tocca il compito non facile di ricucire un rapporto tra l’Italia e la Ue messo a dura prova dal Governo precedente.

È cominciato il nuovo corso per l’Ue. Qual l’agenda europea dei prossimi mesi?

Un cambiamento epocale che richiederà una grande mobilitazione di investimenti pubblici e privati e in cui il nostro sistema industriale avrà un ruolo cruciale. Credo serva un approccio ambizioso, perché l’obiettivo è quello di porre le basi per un recupero di competitività globale per le nostre imprese nel medio periodo, facendo dell’Europa il continente leader nella transizione verso un’economia verde. Ma dobbiamo essere anche molto realisti e pragmatici: saranno necessari investimenti enormi, sia pubblici sia privati, ed è una sfida che l’Europa può raccogliere solo se coesa. Un altro grande tema è quello relativo ai “Campioni Industriali Europei“, su cui la discussione inizia a prendere piede. Francia e Germania hanno lanciato un’iniziativa ad hoc e l’Italia sostiene un dibattito su questo tema, a condizione che venga mantenuto il cd. “level playing field” nel mercato interno a tutela di tutti gli operatori, incluse le piccole e medie imprese.

Quali sono al momento i principali investimenti previsti a sostegno della crescita economica?

Il dibattito è in pieno svolgimento. Si parla di non meno di ioo mld di euro annui nei prossimi io anni, destinando a vari livelli circa il 25% del bilancio comunitario. È sicuramente una buona notizia, dopo anni di austerity e di ritardi sugli investimenti. Va nella giusta direzione, in particolare, l’approvazione da parte del Collegio dei Commissari del 14 gennaio scorso di un Just Transiction Fund (Fondo per la transizione giusta, strumento principale del Just Transition Mechanism che dovrà attutire le conseguenze economiche del Green Deal). L’Italia ha chiesto all’Europa un’azione coordinata su tre livelli: conseguimento degli obiettivi ambientali; rafforzamento della base industriale per assicurare la transizione “verde” in maniera equa; e garanzie sociali, in particolare per chi sarà tagliato fuori dal mercato del lavoro. La Commissione ha scelto una strada che è determinante per il nostro Paese e per il futuro dell’Europa. L’Italia avrà a disposizione intorno ai 4 mld per la riqualificazione delle regioni in cui sono presenti sistemi industriali ancora dipendenti dal carbone. Il governo è già al lavoro per la realizzazione di un piano strategico fortemente ambizioso. Ma ci tengo anche a dire che non partiamo da zero: abbiamo molte grandi e medio imprese che sono all’avanguardia nelle soluzioni tecnologiche, in prodotti e servizi già pienamente in linea con la nuova logica industriale.

Stiamo vivendo una situazione internazionale a dir poco complessa. Qual è il ruolo politico dell’Ue?

Gli schemi multilaterali a cui eravamo abituati si vanno allentando e sono oggi connotati da estrema fragilità. Le logiche del nuovo assetto mondiale presuppongono l’appartenenza a “coalizioni” di rilevanti dimensioni continentali per poter realisticamente raggiungere i propri obiettivi strategici. Viviamo poi, nostro malgrado, in un contesto di guerra economico-commerciale (tra Usa e Cina, ma anche tra Europa ed Usa ed Europa e Cina) che assume la sua forma più evidente nella lotta per la leadership tecnologica-industriale, confronto strategico di lungo periodo la cui posta in gioco è l’egemonia economica e geo-politica. Questo dovrebbe obbligare l’Europa a fare un salto di qualità in tema di politica estera e di difesa. Perché un’Europa “miope e disunita” è qualcosa che non possiamo più permetterci. In politica estera, poi, non sono tollerati “vuoti”: diverse potenze regionali ambiscono a riempire gli spazi geopolitici che tanto gli Usa, per scelta strategica contingente, quanto l’Europa, per mancanza di coesione e lentezza, vanno lasciando. Pensiamo a quanto sta accadendo in Libia, dove l’intromissione di paesi terzi nel delicato scenario libico sono il risultato della lentezza e dell’incapacità a fare fronte comune dell’Europa nella gestione delle crisi internazionali. Resto convinto che l’azione dell’Ue possa giocare un ruolo fondamentale per una vera pacificazione dei conflitti in Medio Oriente, e non solo in Libia.

Se la Gb ha deciso di uscire dettile, non si ferma il lavoro di allargamento dell’Unione ad altri Paesi. Perché è così importante?

È innegabile che il processo di integrazione europea abbia assicurato pace e prosperità nel continente. Siamo tuttavia in una fase in cui, parallelamente alla crescita delle pressioni competitive, assistiamo ad una dinamica geo-politica globale in cui le frizioni nella politica commerciale sono il segnale di tensioni strategiche sotterranee più pericolose. Questa conflittualità dell’orizzonte geopolitico internazionale chiama il Vecchio continente a un rafforzamento di strategie quanto più possibile condivise e che non possiamo certamente affrontare in un’ottica meramente “burocratica”. Si sminuirebbe, infatti l’importante dinamica politica, soprattutto in termini di stabilità, che sottende l’intero processo. L’Italia è, ad esempio, favorevole all’avvio dei negoziati con Albania e Macedonia del Nord perché la regione dei Balcani rappresenta una delicata cerniera a sud-est dell’Unione che abbiamo tutto l’interesse a stabilizzare ed integrare, politicamente ed economicamente. Il mancato accordo sull’avvio dei negoziati di adesione con Tirana e Skopje nel Consiglio europeo dello scorso ottobre, è a nostro parere un errore strategico che infligge un significativo pregiudizio alla credibilità dell’intero processo di allargamento. L’apertura dei negoziati di adesione con i due Paesi è per noi solo rimandato, configurandosi infatti come un necessario segnale dell’impegno europeo verso l’intera regione, mettendo in sicurezza il ruolo di leadership europeo nei Balcani occidentali, anche e soprattutto alla luce dell’acIl ministro Amendola durante una riunione del Consiglio affari generali cresciuta presenza di attori terzi (Russia, Cina, Turchia, Arabia saudita) nella regione.

Cosa comporterà l’addio della Gran Bretagna per le imprese italiane?

Il popolo inglese ha votato in maniera chiara e la sua scelta, pur dispiacendoci da europeisti convinti quali siamo, va rispettata. Siamo in dirittura d’arrivo con le procedure di ratifica dell’accordo di recesso. L’Italia sta lavorando all’attuazione di tale accordo attraverso il coordinamento Brexit istituito a Palazzo Chigi. Il nostro Paese ha sempre visto l’obiettivo di una ‘Brexit’ ordinata quale strategia migliore per una tutela reciproca dei cittadini e di protezione delle imprese. Il governo assicurerà l’attuazione in Italia delle disposizioni dell’accordo e vigilerà affinché i diritti acquisiti dei connazionali residenti nel Regno Unito siano garantiti anche in concreto. La posizione negoziale dell’Italia è molto chiara: dovrà essere data la garanzia di un livello di mobilità che sia adeguato all’intensità degli scambi tra i nostri cittadini; un accordo di libero scambio senza tariffe e quote che non comprometta l’importante interscambio bilaterale; ed una forte cooperazione di sicurezza. Con un interscambio in surplus di circa 12 mld di curo, Londra resta per il nostro Paese un partner commerciale indispensabile. In un quadro, in cui ad oz; appare probabile la ratifica dell’accordo di recesso, il governo italiano è comunque pronto ad attivare le misure necessarie per far fronte anche allo scenario, poco auspicabile, di una “no deal Brexit”. Abbiamo già messo in campo diversi strumenti a sostegno delle nostre imprese, dalle attività di comunicazione ed informazione dell’Agenzia delle Dogane, alla già citata Task Force Brexit presso Palazzo Chigi, fino all’help desk dedicato presso l’ufficio Ice di Londra.

Si calcata che al momento siano più di 700mila i nostri connazionali in Gb. Cosa cambierà per loro?

Prima osservazione da fare è che la questione dei diritti dei cittadini non ha mai rappresentato un punto sul quale si sia riscontrata una sostanziale diversità di vedute dai due lati. I nostri Paesi sono consapevoli della necessità di una stretta collaborazione per l’assistenza alle rispettive comunità anche nella fase post-Brexit, che comunque per la complessità tecnica non è un passaggio completamente indolore. Abbiamo già messo in campo diversi strumenti: l’azione normativa ad hoc del nostro Parlamento, a tutela di cittadini e imprese. E i forti meccanismi di raccordo e coordinamento realizzati dalla nostra rete diplomatico-consolare italiana nel Regno Unito con la nostra collettività. Un esempio su tutti, il rafforzamento della rete consolare onoraria con l’insediamento di un console onorario a Manchester e di un agente consolare onorario di Bristol. Penso anche al meccanismo dell’Eu settlement scheme che è la misura amministrativa introdotta dal governo britannico per consentire ai cittadini europei di continuare a risiedere legalmente nel Regno Unito dopo la sua uscita dall’Ue. Ripeto, per l’Italia resta prioritaria la tutela dei diritti dei cittadini, in particolare con specifico riferimento ad una mobilità adeguata all’attuale livello delle nostre relazioni.

Dopo un periodo di frizione con il nostro Paese sta cercando di recuperare terreno. Come si inserisce l’Italia nelle dinamiche decisionali europee?

L’Italia è un Paese fondatore dell’Unione, che resta un contributore netto al bilancio comunitario, che ha il dovere oltre che con le risorse di contribuire all’avanzamento del dibattito europeo sulle grandi questioni. Isolarsi, in Europa, come a mio parere insegna la stessa vicenda Brexit, non porta mai buoni risultati. Servono autorevolezza, competenza e lavoro costante; ed essere convintamente presenti sui tavoli europei, a presidio degli interessi nazionali nei vari dossier. Fin dall’avvio del mio mandato, ho assicurato una presenza costante a Bruxelles, non solo per partecipare alle riunioni del Consiglio europeo, ma per mantenere un dialogo e un raccordo continuo con le Istituzioni e con la nostra Rappresentanza presso l’Ue. È indispensabile il lavoro di squadra, certamente a Bruxelles ma anche a Roma, con un rinnovato slancio di coordinamento interno, in stretto raccordo con il ministro degli Affari Esteri e Palazzo Chigi. Infine, serve capacità di lobby che, tuttavia, si basa su di una “perirnetrazione” e sintesi dei nostri interessi strategici che si fa prima “in casa”, tra i diversi livelli di governo e gli stakeholder, che a Bruxelles. Non ultimo, va prestata maggiore attenzione a presidiare i processi di selezione e nomina per le posizioni apicali nelle diverse istituzioni europee, sostenendo i candidati italiani.

Dopo la prima riunione della Commissione europea, tra poco si discuterà del nuovo bilancio europeo. Quale sarà il ruolo dell’Italia?

Il negoziato sul futuro Qfp 2021-2027 prosegue a ritmo sostenuto. Abbiamo già assicurato alla nuova presidenza croata il nostro contributo in termini di collaborazione e supporto nel delicato iter negoziale. Come sempre avvenuto in passato, si tratta di una trattativa complessa, fatta di trade off e dei necessari compromessi. L’Italia ha ben chiare quali sono le `red lines’ della propria posizione negoziale. Per quanto riguarda la proposta avanzata dalla Commissione, abbiamo sempre sostenuto di non ritenerci soddisfatti dei tagli alla politica di coesione e alla politica agricola comune; il governo presidia con attenzione entrambi i volet. Sono poi due i parametri allocativi che possono fare la differenza: il processo di convergenza esterna dei pagamenti per ettaro nella politica agricola; ed il parametro di prosperità relativa con il quale si rimodulano le allocazioni per le regioni meno sviluppate nell’ambito della politica di coesione. L’Italia è tra i paesi che credono fortemente che il bilancio Ue debba essere ambizioso, dotato di risorse in linea con le sfide che attendono l’Europa nei prossimi anni. Proprio per questo, gli sforzi negoziali italiani si concentrano anche sul lato delle entrate del Qfp; il bilancio europeo è attualmente finanziato in gran parte dagli Stati membri. La configurazione di nuove ‘risorse proprie’ consentirebbero all’Unione di rendersi gradualmente più autonoma dai contributi nazionali, riducendo il peso sui contribuenti e sdrammatizzando la logica dei ‘saldi netti’. Esempi di nuove risorse proprie di cui già sí discute sono la cosiddetta Ccctb un’aliquota di prelievo del 3% applicata alla nuova tassa imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società; la ‘carbon tax’; e un contributo a carico di ciascuno Stato membro calcolato in base alla quantità di rifiuti non riciclati di imballaggi in plastica.