Di Kurdishstruggle - https://www.flickr.com/photos/kurdishstruggle/19069481426/in/dateposted/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46237886

Cara Annalena, tante volte mi sono chiesta come fa, chi ha la passione politica, a trasmetterla ai propri figli, senza stancare, senza soffocare. E ho sempre concluso che le colleghe e i colleghi, le militanti e i militanti che non forzano i figli a parlare di politica, a militare, facciano bene. Perché è meglio la libertà di scelta, perché i valori si trasmettono anche in altro modo.

 

Ma oggi, se avessi una figlia adolescente farei una eccezione: la porterei in piazza a tutte le manifestazioni in solidarietà con il popolo curdo perché sarebbe il modo più tangibile per essere vicine alle donne e alle ragazze curde del Rojava.

 

L’invasione turca attacca prima di tutto loro. In questi anni ho incontrato alcune di queste donne, politiche o con la divisa militare, tutte con i capelli scuri lunghissimi, bellissimi. Tutte donne misurate, con una grazia composta, solenni, anche le combattenti. Non le ho mai sentite sprecare una parola o gridare, neanche in questi giorni di rabbia e spavento. Le ho sempre viste solide, forti, femminili.

 

Queste donne sono un’avanguardia. Nell’angolo di mondo dove, per marcare la differenza tra un fondamentalismo e un regime, si combatte sul corpo delle donne la più feroce delle battaglie, le ragazze e le donne curde hanno scelto di combatterla loro direttamente, la battaglia. Di non farsi usare come simbolo, ma di darsi da fare. Di liberare donne, madri, sorelle dal giogo sanguinario di Daesh. Di governare i villaggi e le città, in un sistema di democrazia paritaria da copiare.

 

Se avessi una figlia (o anche un figlio) adolescente vorrei che imparasse da quella fierezza, da quel coraggio, da quella determinazione. Da quel modo di essere donne, nel posto più difficile del mondo.

 

Lia Quartapelle su Il Foglio