Imagoeconomica

Battere le diseguaglianze, promuovere il «Green Deal», realizzare la Web tax e una riforma di Dublino sui migranti: è il programma europeo per cui si impegna a lavorare Paolo Gentiloni, designato commissario europeo dal nuovo governo Conte, prescelto per l’Economia dalla presidente Ursula von der Leyen ed ora in attesa delle audizioni e del voto di conferma da parte del Parlamento di Strasburgo. In questa sua prima intervista da commissario in pectore l’ex premier ed ex ministro degli Esteri lascia trapelare la responsabilità che sente nel contribuire a realizzare politiche capaci di consentire all’Ue di prevalere sul sovranismo.
 

Dopo i 14 turbolenti mesi di governo gialloverde da dove ricomincia l’Italia in Europa?

 
«Ricomincia anzitutto dall’Italia, dal ruolo che normalmente deve avere uno dei tre grandi Paesi fondatori e delle tre grandi economie europee. È importante che questo nuovo inizio sia un messaggio ai cittadini italiani affinché si diffonda l’idea che l’Europa non è il nostro problema ma è il nostro unico futuro, se guardiamo al mondo dei prossimi decenni».
 

A cosa pensa in particolare?

 
«Al fatto che a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino è tornata d’attualità la questione della democrazia liberale e che il modello europeo di diritti, welfare state e multilateralismo nell’ambito di forti rapporti transatlantici è il contesto nel quale i cittadini italiani vogliono vivere. Di recente è stato fortemente messo in discussione. Per questo dico che c’è un nuovo inizio europeista che però non può essere imposto dall’alto. Deve essere fatto uno sforzo affinché venga condiviso dall’opinione pubblica».
 

Ora in cima ai timori c’è il rischio di una nuova recessione. Quanto è realistico e come può essere scongiurato?

 
«Non parlerei di recessione. In singoli Paesi possono esserci momenti di recessione, ma in generale siamo di fronte, dopo un periodo di crescita prolungata, ad una prospettiva di rallentamento, di una debolezza che si prolunga più del previsto. A tale riguardo dobbiamo tenere presente un dato: il periodo di crescita prolungata, da1 2013 a1 2018, non ha ridotto le differenze fra Paesi ed ha addirittura accresciuto le differenze sociali interne. Per questo il messaggio fondamentale della nuova Commissione presieduta da Ursula von der Leyen è riprendere la via della crescita rendendola più sostenibile sul piano sociale ed ambientale».
 

Ciò significa, sul fronte sociale, affrontare il tema delle diseguaglianze che la precedente Commissione ha di fatto ignorato. Quale è stato il motivo di tale blocco e come può essere affrontato adesso?

 
«C’è l’idea, storicamente comprensibile, che le politiche sociali siano appannaggio dei singoli Paesi. Un’idea sostenuta spesso anche da Paesi molto avanzati. La Commissione Juncker ha avviato un buon lavoro. Non si può infatti sfuggire al dato che l’Unione Europea, con un mercato unico ed una moneta comune, non può non avere anche strumenti di politiche sociali e fiscali comuni. Una delle missioni principali che la presidente von der Leyen mi ha affidato è di guidare il lavoro per definire un’assicurazione europea contro la disoccupazione con l’obiettivo di proteggere i cittadini europei dai rischi che corrono sui posti di lavoro a causa di situazioni di crisi, degli choc dall’esterno. Mettere in piedi questa assicurazione Ue contro la disoccupazione sarà una partita di enorme valore concreto e simbolico».
 

C’è chi afferma che la sfida alla disoccupazione passi oggi attraverso la riqualificazione ovvero le nuove tecnologie e l’innovazione. È questa la strada che seguirete?

 
«Accanto all’European Green Deal, l’altro grande obiettivo della nuova Commissione sara la competitività europea su digitale ed innovazione. Ogni commissario porterà il proprio contributo a queste due priorità. Quello all’Economia, ad esempio, occupandosi di tasse e investimenti farà la sua parte. L’Europa non può essere una colonia di multinazionali di altre nazioni. E per essere competitivi servono grandi investimenti su educazione, formazione, ricerca ed atenei di eccellenza».
 

Il secondo pilastro è, appunto, il «Green Deal», per sostenere lo sviluppo legato alla difesa dell’ambiente: su questo fronte è possibile immaginare degli incentivi fiscali per incoraggiare investimenti «verdi»?

 
«È una delle sfide più rilevanti di questa Commissione. La bandiera della sostenibilità ambientale deve essere presente in tutti i nostri sforzi. Dunque, nel caso del commissario all’Economia dalle tasse agli investimenti fino al Patto di Stabilità e Crescita: serve un piano di investimenti per l’Europa sostenibile, bisogna incorporare nel semestre europeo gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Onu. È una sfida difficile ma deve essere un’ossessiva priorità».
 

Se le priorità della nuova Commissione Europea sono diseguaglianze ed ambiente, quale contributo concreto può venire dal nostro Paese?

 
«Il nuovo governo ha un chiaro orientamento europeista. Una delle prime decisioni annunciate dal governo italiano è stata di entrare nel gruppo di testa di Paesi che lavorano per ridurre le emissioni di CO2. L’Italia darà il contributo che spetta ad un grande Paese dell’Unione. Il mio contribuito sarà nel cercare di far funzionare al meglio gli strumenti che servono all’intera Unione: confronto sulle politiche di bilancio, funzionamento del sistema monetario, investimenti, tasse e misure sociali. Lavorerò su questi temi col vicepresidente Dombrovskis, così come ha fatto il mio predecessore Moscovici».
 

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha auspicato una revisione del Patto di Stabilità ma dai lavori dell’Ecofin di Helsinki è arrivata una prima doccia fredda. Resta una strada in salita?

 
«Il Patto di Stabilità e Crescita ha, come dice il nome, due obiettivi che sono sfidanti per diversi Paesi membri ma per la Commissione sono entrambi importanti: non possiamo rinunciare alla stabilità come non possiamo considerare la crescita un optional. È in corso una revisione delle regole del Patto: entro la fine dell’anno la Commissione farà una primo tagliando, aprendo una discussione che si svilupperà l’anno prossimo. La valutazione che dovremo fare, in costante contatto con il Parlamento, è verso quale obiettivo orientare tale revisione: può infatti portare ad una interpretazione più chiara delle regole vigenti oppure a vere e proprie modifiche legislative. Ci sono come è noto posizioni diverse tra gli Stati membri. Di certo l’Italia farà sentire la voce autorevole del ministro Gualtieri in questa revisione. La mia voce sarà quella del Commissario all’Economia dell’Unione».
 

In effetti le critiche di alcuni Paesi del Nord alle decisioni della Bce di Mario Draghi sul prolungamento del Quantitative Easing lasciano intendere il perdurare delle divisioni nell’Ue sulla crescita. Come superare tali differenze?

 
«Anzitutto non ignorandole, prendendole sul serio. Fra gli Stati membri ci sono opinioni diverse e purtroppo anche condizioni economiche diverse, con differenze che non si sono ridotte. L’Ue per molto tempo è stato uno strumento per far convergere economie diverse – prima le ex dittature fasciste, poi quelle ex comuniste – , dopo la crisi la convergenza è purtroppo rallentata. E però certo che la Bce di Draghi ha fatto un lavoro straordinario ed è doveroso riconoscerlo. Le politiche monetarie sono state essenziali per uscire dalla crisi nel 2012, ma non bastano da sole a far fronte al rallentamento dell’economia europea. Quindi, con la necessaria gradualità, abbiamo bisogno anche di politiche economiche e di bilancio che spingano verso la crescita. La differenza è fondamentale perché le politiche monetarie vengono decise dalla Bce mentre quelle economiche e di bilancio hanno nella Commissione un attore che cerca punti d’intesa in materie le cui competenze sono rimaste agli Stati membri».
 

Come sarà la Web tax, cosa dobbiamo aspettarci?

 
«Il mio primo compito sarà di verificare la possibilità di una Web tax in ambito Ocse/G20, ovvero globale, che sarebbe la soluzione più efficace. La Commissione cercherà di raggiungere questa intesa entro il 2020 ma se non sarà possibile allora la missione sarà di proporre una Web tax europea. La distinzione è chiara: non abbiamo preclusioni su una tassazione dei giganti del web a livello globale ma non siamo disponibili, in sua assenza, a non decidere come Ue. Viste le dimensioni del mercato, una Web tax europea sarebbe di valore rilevante».
 

Sul fronte del fisco vi sono altre novità in preparazione?

 
«Tra le missioni che riguardano l’equità fiscale ve ne sono altre due di rilievo che avrò il compito di coordinare: rivedere la direttiva sulle tasse sull’energia e rendere più omogenea la tassazione delle imprese fra i singoli Stati membri, meglio nota come “corporate tax”».
 

E nel piano di investimenti nel dopo-Juncker quali sono le novità in arrivo?

 
«Il piano Juncker ha funzionato più di quanto l’Ue sia stata forse in grado di valorizzare. Si parte da un risultato positivo, cercando di fare meglio. Il mio compito è coordinare la definizione del nuovo programma di investimento che deve avere una particolare, ma non esclusiva, attenzione per sostenibilità e digitale».
 

Gli interventi su diseguaglianze e ambiente puntano a rimuovere all’origine alcune delle cause che generano il populismo. Ma la prima fra queste sono i migranti. Riusciremo ad arrivare alla modifica dell’accordo di Dublino?

 
«Non sarà facile ma vedo dei passi avanti. Vedremo se i progressi saranno solo nei rapporti intergovernativi di alcuni paesi o saranno tradotti in nuove regole, come giustamente auspicato dal Parlamento Europeo lo scorso anno. Posso comunque assicurare che pur non essendo questa una mia specifica competenza, porterò nel collegio della Commissione l’esperienza mia, del mio governo e del mio ministro degli Interni. Abbiamo un contributo interessante da dare».
 

Sarà possibile arrivare a regole comuni non solo per accogliere i migranti ma anche per integrarli?

 
«Ci sono Paesi molto avanzati sulle politiche dell’integrazione, ad esempio la Svezia, ma queste regole non sono decise a livello europeo. La Commissione può dare un contributo rilevante per cambiare le regole sull’asilo e sul controllo delle frontiere; per assistere i paesi di origine delle migrazioni; per sostenere gli accordi di gestione dei flussi come quelli Germania-Turchia e Italia-Libia; per stringere accordi con altri Paesi. Nel rispetto dei principi umanitari e dei valori europei».
 

La Commissione nasce da un accordo fra socialisti, popolari e liberali. Cosa comporta?

 
«Significa che l’onda nazionalista è stata fermata. Il dialogo fra questi gruppi, ed anche con i Verdi, è una chiara risposta ai rischi delle posizioni nazionaliste. La dinamica fra i partiti in Europa è però diversa da quella nei singoli Paesi. La Commissione non e un governo ai coalizione: i commissari europei sono europei, rappresentando il proprio Paese o la propria famiglia politica nell’ambito di un’identità unitaria».
 

Negli ultimi 18 mesi Parigi e Berlino hanno spinto molto avanti le nuove riforme, puntando a rafforzare l’Eurozona. Andiamo verso un’Europa a due velocità?

 
«Il dialogo fra Berlino e Parigi è un dato di fatto che sarebbe assurdo ignorare. Mi auguro che l’Italia possa svolgere un suo ruolo. Tanto la Francia che la Germania hanno da guadagnare da un rapporto con l’Italia che può contribuire all’equilibrio dell’Europa e al rilancio dell’Eurozona. L’equilibrio europeo comunque non si basa su tre o quattro grandi Paesi. La Commissione deve sempre cercare punti di intesa fra Nord e Sud, Est ed Ovest. Senza esclusioni».
 

Dunque anche i disaccordi con il Gruppo di Visegrad sull’immigrazione possono essere affrontati in maniera diversa?

 
«I disaccordi ci sono e i principi fondamentali dell’Ue devono essere applicati da tutti. Sarebbe tuttavia assurdo, a 30 anni dalla caduta del Muro, alimentare un sentimento di esclusione da parte dei Paesi dell’Est che sono una realtà importante dell’Unione e hanno situazioni molto diverse l’uno dall’altro».
 

Sullo scenario globale, l’ex capo della Cia David Petraeus a Cernobbio ha usato l’espressione «Seconda Guerra Fredda» per descrivere la crisi in atto fra Stati Uniti e Cina. Quale è la posizione dell’Europa in questo scenario?

 
«È uno scenario che ha bisogno di più Europa, intesa come superpotenza tranquilla ovvero un gigantesco attore di multilateralismo che deve integrare – più di quanto fatto forse finora – le proprie iniziative diplomatiche, di sicurezza ed economico-commerciale. Ovviamente confermando il ruolo chiave della Nato. Noi siamo una superpotenza economico-commerciale, dobbiamo farla valere nella dinamica delle relazioni globali. Per evitare lo scenario della guerra fredda nell’evoluzione dei rapporti Usa-Cina serve un soggetto multilateralista e solo l’Unione Europea può esserlo su scala globale».
 

Per finire, ci dica qualcosa su come sta affrontando questa nuova sfida. Come si sente nei passi del Commissario più importante che l’Italia ha avuto?

 
«L’Italia ha avuto un presidente della commissione, Romano Prodi, che ha lasciato una impronta di grande rilievo sui destini della Commissione. Per quanto mi riguarda, ne sono molto onorato. Al momento sono solo Commissario designato. La valutazione del Parlamento non è una formalità. Essere commissario all’Economia sarà una bella responsabilità e conto di svolgerla con due principi: costruire intese nel collegio e spingere perché Parlamento Europeo e Commissione svolgano assieme un ruolo cruciale».