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«Daesh può rinascere in Africa il Sahel può diventare il luogo della “resilienza” del Daesh, che ha in quell’area le condizioni ideali per ripartire», avverte Andrea Manciulli del Pd. Relatore alla Camera del decreto missioni che autorizza l’intervento in Niger, consigliere della fondazione Italia-Usa, Manciulli guida la delegazione italiana all’Assemblea parlamentare Nato, succedendo a Federica Mogherini, ma è soprattutto un esperto di terrorismo internazionale.
 

È questo il primo rischio da scongiurare, in Niger?

 
«Ci sono due ordini di motivi a guidarci lì. Uno di carattere generale: dopo la caduta dello Stato islamico ci sono da tempo nell’area del Sahel presenze preoccupanti di terrorismo quaedista che fa capo ad al-Murabitun e Aqmi (al-Qaida nel Maghreb islamico) che ha portato a gravi attentati in Mali, Ciad, Burkina Faso e nel Niger stesso. Un’area difficilmente controllabile in cui possono rifugiarsi gli sconfitti dello scenario siriano, collegandosi con le altre diramazioni africane di Boko Haram e al-Shabab. C’è il rischio, se non interveniamo, di fare dell’Africa l’hub di rinascita del jihadismo».
 

Quale sarà il nostro compito?

 
«Contribuire a stabilizzare l’area. Ed è importante che Burkina-Faso, Ciad, Mauritania, Niger e Mali abbiano dato luogo al G5 del Sahel. Perché i primi attori per scongiurare questo scenario sono proprio loro. Si tratta di sconfiggere i diversi traffici (di esseri umani, armi, stupefacenti, materie preziose) che alimentano l’instabilità».
 

Parliamo però di regimi traballanti.

 
«Perciò è ancora più importante che abbiano dato luogo per la prima volta a questa forma di collaborazione che noi andremo a sostenere».
 

E il secondo punto?

 
«Detto dell’interesse generale c’è un interesse nostro particolare: per rafforzare il nostro intervento in Libia ci dobbiamo, per forza di cose, occupare delle rotte via terra delle migrazioni».
 

Ma ciò comporta una riduzione d’impegno in aree non ancora pacificate.

 
«Sappiamo bene che la vicenda afghana resta molto complicata e anche quella irachena non è risolta. Ci rimarremo con forze più ridotte, ma d’accordo con i nostri alleati – è bene che andiamo a occuparci ora di una vicenda molto più “vicina” a noi».
 

Come valuta l’adesione venuta dalle forze politiche, a camere sciolte?

 
«È un bene che Forza Italia abbia colto l’esigenza di una condivisione dell’interesse nazionale e giudico positivamente anche l’astensione della Lega. È importante un’idea di continuità nelle vicende geo -politiche. Sarebbe una tragedia, altrimenti».
 

I segnali contraddittori che arrivano dagli Usa possono, paradossalmente, aver favorito questa svolta?

 
«Io sono per una responsabilizzazione dell’Europa a prescindere. Il Mediterraneo è casa nostra, e non possiamo demandare ad altri le nostre responsabilità. Ciò detto è bene che con gli Usa si discuta a prescindere dalla simpatia per chi li guida, e per il ruolo che ho alla Nato confido sull’affidabilità dei nostri interlocutori, che prescinde da qualsiasi amministrazione».
 

Che cosa può portare, in Niger, il nostro rafforzato asse con la Francia?

 
«È bene che il Niger, un Paese in cui storicamente è forte l’influenza francese, si sia rivolto a noi: è un riconoscimento alla nostra politica multilaterale, nel quadro di un superamento di tentazioni nei-colonialiste. Una vicenda che può ulteriormente rafforzare la nostra intesa con la Francia, nel quadro del cosiddetto “Trattato del Quirinale”».