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«C ‘è la guerra in Libia e l’Italia, e anche l’Europa, sono impegnate in una contesa sull’accoglienza dei 64 migranti soccorsi dalla Alan Kurdi, una questione che si poteva risolvere in 30 secondi. Questo è davvero icastico…». All’ex ministro dell’Interno Marco Minniti non piace sottolinearlo. E però…

Lo aveva detto diverse settimane fa: stiamo perdendo la Libia. E ora?

«E ora, comunque vada a finire, bisogna prendere atto che il ruolo dell’Italia in Libia è seriamente messo in discussione. Qualcosa è già cambiato e non certo nell’interesse della leadership che l’Italia ha sempre avuto in questo rapporto di fondamentale importanza negli equilibritra Europa e Africa. E non è una questione da poco visto che la Libia è per l’Italia governo dei flussi migratori, sicurezza perché non governata può diventare riferimento sicuro per i foreign fighters di ritorno dalla Siria che sono migliaia, e questione energetica e ricordo solo che l’Eni in queste ore sta evacuando il suo personale».

 

Già, e in più i nostri servizi di sicurezza rilanciano l’allarme su 100mila migranti che in questa situazione potrebbero essere fatti partire e di una zona Sar libica che di fatto non esiste più.

«Non solo questo. L’Italia si ritroverebbe frontiera di una guerra civile in Libia con tutto quello che significherebbe in termini di flussi migratori che coinvolgerebbero la stessa popolazione libica. Ci troveremmo di fronte ad una emergenza straordinaria, anche in termini di sicurezza. Una roba da allarme rosso di fronte alla quale il governo dovrebbe convocare un comitato di crisi ad horas. E invece stiamo a discutere, con una certa dose di cinismo, di come ricollocare vite umane».

 

Mancanza di consapevolezza o cosa?

«Direi che si è scelta questa via scientemente. Il governo ha un obiettivo di politica interna e di rottura nel rapporto con l’Europa. Con grande difficoltà eravamo riusciti a convincere l’Europa che il governo dei flussi migratori dalla Libia era una questione strategica non solo per l’Italia. Se invece utilizzi la questione migratoria per rompere l’Europa con mere finalità elettorali provochi sospetto e isolamento (e la conferenza di Palermo sulla Libia dove non è andato nessuno era già un segnale inquietante)».

 

E dunque anche la perdita di ruolo nella questione libica è un’ulteriore conseguenza del diverso posizionamento dell’Italia in Europa?

«Certamente. Nel mondo attuale, qualsiasi rapporto anche tra Paesi amici, è competizionecooperazione. È evidente che bisogna saperlo gestire per ridurre a livello fisiologico la competizione e far prevalere la cooperazione. Con la Francia abbiamo scelto la strada dello scontro. Abbiamo aperto un contenzioso inconcludente per ridurre la sua importanza sull’altra sponda del Mediterraneo. E abbiamo ottenuto l’opposto. Si è infiacchito il rapporto con Ciad, Mali, Niger con i quali avevamo avviato una comune cabina di regia per il controllo strategico del confine meridionale della Libia e stiamo perdendo anche quello. Si chiama eterogenesi dei fini. Un capolavoro diplomatico! Non c’è che dire».

 

Come vede il futuro della Libia? Le Nazioni Unite, i Paesi del G7, anche Mosca si sono tutti pronunciati per una soluzione non militare.

«E questo è molto importante. Non nascondo un certo pessimismo. Non è casuale che l’annuncio di Haftar della sua marciaverso Tripoli sia avvenuto nel giorno della presenza del segretario generale dell’Onu Guterres a Tripoli».

Lei crede che in questa situazione la Conferenza nazionale sulla Libia della prossima settimana si potrà tenere?

«Bisogna tenere in campo l’obiettivo. La soluzione non può essere militare. Nelle condizioni date nessuno può vincere e controllare militarmente la Libia, un Paese in cui non si può non tenere conto di quello che accade sul terreno e per questo è di fondamentale importanza coinvolgere gli attori regionali, Egitto, Emirati e Arabia Saudita da una parte, Qatar e Turchia dall’altra. In questo quadro bisogna tenere aperta la strada della transizione e stabilizzazione democratica del Paese che non può prescindere dalla chiamata al voto del popolo libico di cui l’Onu dovrà garantire la trasparenza».