Imagoeconomica

«La Conferenza di Palermo avrà successo solo se saprà correggere cinque mesi di errori nel rapporto con l’Africa e la Libia. A giugno 2017 la crisi dei migranti raggiunse il suo massimo con 13.500 arrivi in pochi giorni. In quei giorni cercammo di far capire agli europei che il tema non era dividersi in Europa, ma di costruire un rapporto con l’Africa.

L’Europa, concentrata fin lì solo sulla rotta balcanica, cominciò a guardare al Mediterraneo centrale e all’Africa. Questo governo ha riportato il discorso all’indietro alimentando le divisioni all’interno dell’Europa.

E si è mosso in maniera schizofrenica pensando di allearsi con il blocco Visegrad ovvero con quei paesi dell’Est che per collocazione geografica sono portati a preoccuparsi molto della rotta balcanica e assai meno di quella mediterranea».

 

Alla vigilia della conferenza sulla Libia di Palermo che sancirà la capacità dell’Italia di riproporsi come nazione garante per la stabilizzazione dell’ex colonia Marco Minniti non fa sconti alla politica estera del governo giallo-verde. E non condivide l’ottimismo di chi ritiene che la sola presenza del generale Khalifa Haftar basti a cantar vittoria.

 

«Né Haftar né Serraj avverte Minniti in questa intervista a II Giornale rap- presentano la Libia e la sua drammatica multipolarità. La Libia è anche Misurata, la città guerriera che ha sconfitto lo Stato Islamico a Sirte. Ed è l’immenso sud dove, quand’ero ministro, ho avviato un’azione politica. I risultati della Conferenza di Palermo saranno un successo se porterà a un cambiamento all’interno della Libia indipendentemente da chi ci sarà a Palermo».

 

Da agosto il nostro ambasciatore non mette piede a Tripoli per le divergenze con Haftar. Influisce sulla nostra azione politica?

«Per tutto il 2017 abbiamo contato su un vantaggio politico fondamentale derivante dall’aver aperto l’ambasciata prima di tutti gli altri. Sarebbe un errore rinunciarvi. Anche perché in Medio Oriente e nel Nordafrica la forza di un paese e le iniziative diplomatiche dipendono anche dalla capacità di stringere rapporti di fiducia e forti relazioni personali».

 

Teme che il nostro ruolo sia compromesso?

«L’Italia in Libia ha un ruolo strategico importantissimo, ma per svolgerlo deve saper prendere iniziative politiche autonome restando però all’interno delle dinamiche internazionali. Invece siamo andati verso l’isolamento…»

 

Abbiamo anche subito gli attacchi della Francia di Emmanuel Macron…

«Nel luglio 2017 quando la Francia organizzò la conferenza al castello di La Celle-Saint-Cloud, con il premier Serraj e il generale Haftar non era diverso. Tutti dissero che l’Italia rischiava la leadership sulla Libia. Noi rispondemmo organizzando una visita in Italia di Serraj all’indomani di Saint Cloud. Durante quella visita ottenemmo il benestare alla missione della nostra Marina militare italiana sulle coste libiche. Bisogna saper rispondere con azioni che non facciano saltare il banco, ma riequilibrino funzioni e ruolo».

 

Ha appena pubblicato un libro intitolato “Libertà è sicurezza”.

«Il libro mette in discussione il rapporto per molti versi “aristocratico” della sinistra con alcune grandi questioni come la capacità di ascoltare le paure dei ceti più deboli ed esposti».

 

Molti nel suo partito continuano a non farlo…

«Il mio libro non è un’assoluzione della sinistra. É esattamente l’opposto. Mette a confronto la cultura di chi sostiene la necessità di limitare la libertà dei cittadini per garantire la sicurezza e quella di una sinistra riformista e liberale che considera questo scambio una perdita di democrazia. L’Italia non deve commettere errori come quelli del Belgio. Lì la ghettizzazione di un quartiere come Molenbeek dove la polizia non metteva piede da anni ha prodotto dei terroristi pronti ad attaccare l’Europa. Bisogna avere a cuore sia la sicurezza, sia l’integrazione. In futuro i paesi più sicuri saranno quelli più capaci d’integrare».