Maurizio Martina
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“Serve uno scatto per tutti no alle contrapposizioni. Vanno ascoltati Gori e Bonaccini, perché senza il Settentrione l’Italia non riparte”.

Lo afferma l’ex ministro ed ex segretario del Pd, Maurizio Martina, in una intervista al Mattino.

Non mi convince proprio l’idea di riproporre un conflitto tra Nord e Sud. Sbaglia chi oggi immagina di recuperare la contrapposizione di una questione meridionale a una questione settentrionale perché non c’è più un contesto come quello degli anni passati. Il problema è proprio un altro”, dice Martina “c’è una questione meridionale, ma c’è anche una questione settentrionale che sarebbe un grave errore non riconoscere”.

Martina, che cosa intendeva dire?

“Guardi, volevo semplicemente indicare un rischio. Ho raccolto l’allarme consegnatomi da amministratori del Pd nelle aree del Nord, da Giorgio Gori sindaco di Bergamo a Stefano Bonaccini presidente dell’Emilia Romagna, quali erano e sono preoccupati per una sorta di squilibrio nei provvedimenti adottati a sostegno dei territori dopo l’emergenza da Covid-19. Vogliamo chiamarla questione settentrionale? Se sì, dobbiamo però accompagnarla con istruzioni per l’uso della definizione. E qui sta il punto”.

Quale?

“Lo scenario che si è aperto oggi in Italia non può essere letto con categorie antiche, come se ci trovassimo ancora agli anni ’90 se non addirittura prima. Non è più praticabile la strada che conduce a vedere una questione che il Settentrione pone come alternativa o conflittuale all’altra che il Meridione rivendica. Sarebbe gravemente sbagliato. Il quadro è unico e si deve intervenire con azioni che abbiano per riferimento l’insieme”.

Prosegue Martina “il governo ha operato benissimo nella fase dell’emergenza, difendo tutte le sue scelte compresa quella dei 600 euro alle partite Iva. Ma non posso non vedere che adesso è indispensabile conquistarsi la capacità di compiere uno scatto in avanti, che riguardi il Nord e il Sud insieme. Oggi senza il Nord l’Italia rischia di non farcela. Per esempio: la scelta della decontribuzione per il Sud è basata su ragioni comprensibili e spero funzioni, anche se la temporaneità della misura può avere un’efficacia limitata. Bisogna affrontare fino in fondo il nodo di una decontribuzione strutturale sull’intero territorio nazionale, a partire dal taglio del costo del lavoro per giovani e donne. Quattro punti di taglio significano 10 miliardi di euro? Bene: verifichiamo se 8 punti di taglio, cioè 20 miliardi di euro, possono avere un effetto migliore. Pure con il ministro Giuseppe Provenzano stiamo cercando soluzioni di politica nazionale attraverso incentivi che rappresentino una risposta per tutti”.

Già prima dell’emergenza sul regionalismo differenziato nel Pd tra Nord e Sud si registrano posizioni molto diverse.

“Anche qui si deve guardare avanti e individuare il tema di fondo, che è quello del funzionamento della struttura statale. Renderla più efficiente non vuol dire intaccare il corpo unitario nazionale. Si è trattato di una sfida che il Pd non può non raccogliere, lasciando la logica federale a chi la interpreta con politiche di destra. Dimentichiamo le critiche e lasciamo da parte le divisioni, ricordiamoci che ormai siamo al 2021 e le linee di frattura sono differenti. Occorre aggiornare le visioni: un governo saldo deve essere in grado di garantire crescita a un Sud in sofferenza e contemporaneamente di riguadagnare un rapporto con i ceti produttivi del Nord che oggi non hanno rappresentanza e la chiedono per contribuire allo sviluppo del Paese”.